Testimonianze: Claudio Bronzin

Claudio Bronzin: «Nessuno si permetta di giocare con il nostro dolore»
Dalla strage di Vergarolla ai treni della vergogna
Intervista a cura di Roberto Amorosino
Estate 1946. Da più di un anno l’Istria è occupata dai partigiani comunisti di Tito, ma Pola è controllata dall’esercito inglese.
Sulla spiaggia di Vergarolla, il 18 agosto un’esplosione provoca la morte di più di cento italiani, convenuti lì per i bagni e per una manifestazione sportiva e di italianità. Molte vittime restano senza nome, decine i bambini.
Ai bordi dell’arenile «ci sono dei bomboloni metallici abbandonati e di evidente origine militare. Sono ventotto cariche di profondità che, collegate con catene, erano servite a chiudere l’imboccatura del porto di Pola per evitare incursioni di navi e sottomarini; tre teste di siluro, quattro cariche demolizione al tritolo e cinque bombe fumogene per complessive nove tonnellate di esplosivo. Tutte innocue dopo essere state disinnescate. All’apparenza non sembravano neanche essere pericolose, non avendo sembianze di mine o cose insidiose. Infatti, noi andavamo tranquilli a fare il bagno a Vergarolla. Ma qualcuno segretamente sapeva del contenuto, tant’è vero che c’era una trattativa in corso tra il comando inglese e l’OZNA per impossessarsene. Erano innocue ma…».
Erano innocue, ma qualcosa va storto e non può essere una fatalità. Il nuovo innesco è volontario. Così come il ritardo nelle indagini, l’oblio e le omissioni.
Nel virgolettato qui sopra, le parole dell’esule Claudio Bronzin. Claudio c’era. Oggi ha novant’anni, e quel giorno che non doveva arrivare è solo un bambino di undici anni.
Il destino di sopravvivere e convivere con il ricordo giorno dopo giorno
Tre anni fa ne parlammo a lungo, ricorda? Lei nella sua Firenze, io da tutt’altra parte del mondo, dietro sei ore di fuso, soprattutto dietro al suo racconto. Oggi ascoltarla è ancora più importante per una serie infinita di ragioni. Una e sempre su tutte: la fame di verità che non sarà mai sazia.
Non è solo perché la mia famiglia è stata colpita in pieno dalla strage, è che non posso accettare che la verità sia umiliata da ipotesi false e fantasiose che dovrebbero solo coprire di vergogna chi le formula. E il silenzio è stato altrettanto insopportabile.
Andiamo con ordine. Ci sono due date che ha ben vive nella memoria.
Come quasi tutte le domeniche precedenti, la spiaggia di Vergarolla era la meta per le famiglie Bronzin. Anche l’11 agosto, una settimana prima della strage, ricordo bene di aver giocato a cavalcioni sopra quei cilindri metallici che tutti sapevano essere oggetti di origine militare, abbandonati sulla battigia dai cosiddetti alleati, ma totalmente inoffensivi. Alleati, fra l’altro, che non ci erano ostili, anzi c’era un buon clima. Non fosse altro, gli si riconosceva di tenere lontani gli slavi. E poi il 15, il giorno di ferragosto, la manifestazione di italianità all’Arena. Gli slavi si vedevano poco in giro, ma i loro piani erano ormai evidenti. Papà mi disse: “Andiamo, vieni anche tu. Si va tutti all’Arena”. Arena stracolma, ventimila persone, forse di più, tanti non riuscirono a entrare. Ricordo i canti e le bandiere. Il grido “Italia, Italia”, indimenticabile. A Pola eravamo il 95% della popolazione, quasi tutti italiani, insomma.
L’Italia non poteva più sentire, ma qualcun altro sentì. È questo che vuol dire?
Proprio così, la nostra manifestazione accelerò il progetto slavo di renderci la vita impossibile, di cacciarci. L’occasione arrivò tre giorni dopo.
Sappiamo cosa accadde sulla spiaggia di Vergarolla. Mi dispiace tornarci su, e si fermi quando vuole…
Quel 18 agosto era domenica, negozi e scuole erano chiusi. Zio Anci, papà Bruno, le zie Rosmunda, Francesca e Gina organizzano per bene la giornata di mare e sport e, sì, ancora di italianità. Andiamo tutti, siamo tanti, ma non siamo i soli ad avere una famiglia numerosa. Si torna a Vergarolla per le gare di nuoto della Coppa Scarioni patrocinata dalla società Pietas Julia. Ancora più vicino alla spiaggia maledetta si sistemano zia Francesca e zia Rosmunda, la loro zia Gina Venier e i nipoti Mario e Mirella, che di cognome facevano Trani, dal marito di Rosmunda. Più o meno eravamo tutti lì. Mirella (aveva tre anni più di me) la scampò perché aveva fatto un salto da noi. Dopo il pranzo, ovviamente al sacco, e la pausa delle gare di nuoto, con Marisa, un’altra cugina, siamo saliti sul pontile di legno terminale dello specchio d’acqua dove si nuotava. Gambe a penzoloni, forse una posizione che mi ha aiutato ad ammortizzare lo spostamento d’aria. Credo fossero meno di ottanta metri dal centro dell’esplosione. Una detonazione secca. Nel caos ho visto un’immensa colonna di fuoco che è diventata fumo nello spazio di pochi secondi. Il boato è stato successivo all’esplosione. Tutto mi ha sempre fatto pensare che le cariche esplosive siano saltate in aria dopo la prima detonazione. Roba di frazioni di secondo, ma certamente dopo.
L’autoinnesco delle mine è da escludere?
Ci sarebbe dovuto essere un unico, lungo boato. È evidente che tutto è avvenuto con l’innesco di un detonatore la cui capsula è stata inserita in una di quelle cariche. Le altre sono esplose “per simpatia”, come dicono in gergo gli artificieri. Il detonatore, senza dubbio, doveva essere comandato a distanza con un collegamento elettrico tramite fili.
Momenti che non si possono cancellare…
Mia mamma è al sesto mese di gravidanza [per l’emozione, Bronzin parla di nuovo al presente, come se vedesse ancora la scena davanti ai suoi occhi ndr]: è un fuggi fuggi verso la pineta, le fiamme a inseguirci. Papà non perde la calma, ci mette al sicuro e torna dove la tragedia e lo strazio si sono materializzati, per aiutare, per fare qualcosa, per cercare chi non si trova. È un tempo interminabile prima di rivederlo, vestiti stracciati, sangue ovunque. Le ambulanze hanno iniziato la spola con l’ospedale. Unda (Rosmunda) è viva, circondata da pezzi di carne umana, bruciati, anneriti. Non ci si può pensare…
Allora lo scrivo io: la zia Francesca, quarant’un anni, viene ritrovata senza vita. Mario, di tre anni, scomparso e miracolosamente ritrovato quando le speranze sono al lumicino, a due chilometri dalla spiaggia, incapace di aprire bocca per giorni. Zia Gina in coma per tre settimane e con le schegge nella testa per il resto dei suoi giorni. Anche zia Rosmunda non può non essere immune da conseguenze che si trascinano nel tempo. Nel cuore, nel fisico e nella mente. Entrambe le zie, come mi ha raccontato Bronzin, devono molto a Geppino Micheletti, il medico-eroe che per due notti e due giorni ha continuato a operare i feriti nonostante avesse perso i suoi due unici figli nell’esplosione: Carlo di cinque anni e Renzo di nove… (per leggere la storia clicca qui).
Torniamo ai giorni successivi, quando Rosmunda viene interrogata due volte dalla commissione investigativa che sembra voglia provare a fare un po’ di luce sull’accaduto…
Unda era molto provata, ovviamente, ma ricordava bene un episodio a cui aveva dato poco peso. La mattina stessa aveva visto un tizio, sicuramente non un bagnante perché vestito di tutto punto, che stava stendendo dei fili e li collegava come fanno gli elettricisti. Poi ha continuato questa attività risalendo la pineta verso la strada di accesso. Questa testimonianza della zia deve essere negli archivi dell’inchiesta sull’eccidio, perché di eccidio si è trattato.
Un’ecatombe da cui è impossibile pensare di riprendersi. E pensare che i polesani avevano già conosciuto la tragedia dei bombardamenti. Che ricordo ha? Andiamo indietro di un paio d’anni, lei ancora più piccino…
Ricordo il primo bombardamento, quello del 9 gennaio 1944. Si diceva sempre “l’allarme è una cosa, bombardare un’altra e vedrai che Pola non la bombardano”. Perché si era convinti di essere punto di passaggio casomai ma non un obiettivo. Forse il porto poteva avere una sua valenza, ma mai si pensava al centro storico. E poi avevamo tanti profughi da Zara, altra città martoriata, e da altre parti. Quel giorno ero dai nonni. Dal rumore degli aerei vibrava tutta la casa, siamo usciti in cortile e la formazione era così bassa che guardando verso l’alto potevamo vedere le carlinghe sottostanti e le bombe che stavano sganciando. Si seppe poi che erano state impegnate 109 fortezze volanti. Tanti civili restarono sotto le macerie, anche un sommergibile tedesco fu centrat. Tra la povera gente morì anche Aldo Fabbro, il calciatore del Napoli.
Torniamo a dopo Vergarolla, l’esodo, l’esilio. Lasciare tutto. Come si fa? Era con mamma e papà, dodicenne, sulla motonave Toscana?
Sì, e c’era anche mio fratello. Ma non sul Toscana, abbiamo viaggiato sulla motonave Pola che arrivò a fare Pola-Trieste-Pola anche quattro volte la settimana: di trentaduemila abitanti, partimmo da Pola in trentamila… Prima di noi erano partite un po’ di masserizie, mobili destinati al Centro raccolta profughi di Trieste, credo si chiamasse così. Al nostro arrivo, ci accoglievano gli americani, rapidi a spruzzare il ddt come chissà quali malattie potessimo portare addosso.
Perché la sua famiglia finì a Firenze?
A Pola, al mio papà chiesero dove volevamo andare e dove dovevano essere spediti i mobili. In quel momento ci rendemmo conto che non avevamo una risposta, un posto valeva l’altro. Papà guardò il ferroviere negli occhi e disse: “Faccia lei: basta che sia il più possibile lontana dal confine”. E così fu Firenze. Non fummo noi a scegliere, ma il ferroviere per noi. Una volta lì ci aiutò un capitano dell’esercito che conosceva zia Rosmunda.
Si sa che l’arrivo in Italia fu osteggiato in modo barbaro da tanti. Alcuni lo sanno, altri sono accecati dall’ideologia. Altri non ci arrivano proprio, non hanno gli strumenti per discernere, altrimenti scoprirebbero che quello di Bologna non fu un caso isolato ma uno dei tanti attacchi, più o meno riusciti, più o meno violenti, capitati in tante stazioni e anche nei porti di approdo delle navi che portavano gli esuli. Era un metodo, non un singolo evento. Un metodo codificato nell’ostilità teorizzata e organizzata fin dalle pagine dell’Unità, il quotidiano del Partito comunista italiano. Ma questa è storia, che a questi squallidi personaggi non interessa.
Ha vissuto situazioni tipo quella famigerata di Bologna con il latte, destinato ai profughi, versato per terra dai facinorosi con le bandiere rosse? C’è qualche negazionista che ora cerca di sminuire, dubitare, strappando questa pagina infame di storia.
Purtroppo è accaduto veramente e nessuno si può permettere di continuare a giocare con il nostro dolore. Una volta la guerra persa, un’altra la Guerra fredda, poi ancora adesso chissà quali interessi di parte devono avere… Noi, dopo qualche giorno di permanenza nel CRO di Trieste, siamo stati spediti nei vagoni di coda di un treno di linea con un cartello che spiegava bene chi c’era a bordo: “Profughi istriani”. Così era facile sapere dove eravamo e da Trieste, utilizzando le linee telefoniche delle stazioni, era possibile comunicare tra ferrovieri. Mestre, Rovigo… c’erano manifestanti ovunque, a sbeffeggiare, non erano molti, ma minacciosi. Ripeto, posso dimostrare che Bologna non fu episodio isolato: a noi accadde la stessa cosa, ma a Ferrara. Mamma aveva difficoltà ad allattare il mio fratellino Fulvio di due mesi - sì, partimmo con un bimbo piccolissimo, a ripensarci adesso - e allora a ogni stazione mi chiedeva di provare a rimediare del latte. Il treno si fermò a Ferrara, mi avvicinai, io ragazzino e di certo non un energumeno, alle signore vestite di bianco della Croce Rossa che si occupavano della distribuzione di generi di conforto come panini e latte per i bambini, ma non ci fu niente da fare: ci respinsero, non le signore della Croce Rossa ovviamente, ma gli scalmanati dimostranti, evidentemente ferrovieri comunisti, a male parole e spintoni. Sapevano che il treno transitava con agganciati vagoni di profughi. Gridavano: “Fascisti!”, mentre sbandieravano cantando Bandiera Rossa.
E alla fine, i Bronzin tutti a Firenze, quindi?
No, la famiglia era numerosa. Ci siamo sparsi ovunque: a Gradisca, Roma, Bologna, noi a Firenze. Altri andarono via dall’Italia, in Canada. A Pola lasciammo quattro negozi, un altro a Rovigno, equamente divisi tra alimentari e calzature. Vite segnate, normali per quanto possibile, ma non davvero normali. Per dire, Mario ha poi avuto una vita regolare, ma se gli chiedevi di Vergarolla restava muto come se lo choc non lo avesse mai abbandonato… oppure aveva rimosso, chissà. Ma si sa tutti hanno sempre avuto difficoltà a parlare, a raccontare, qualche volta anche fra di noi. Al di là del silenzio assordante dall’Italia e dal resto del mondo che sapeva, che non ha mosso un dito e non ha mai cercato veramente i responsabili.
Sono stato a Vergarolla ma non mi sono riuscito ad avvicinarmi più di tanto. Tutto chiuso.
È così. Anch’io ho cercato tante volte di portare un fiore, per zia, per tutti. Ma era tutto recintato: zona militare, mezzi della guardia costiera, più passa il tempo e più sembra inaccessibile. Spero che prima o poi sarà possibile arrivare sulla spiaggia (“el mar, lucido e fermo, par de smalto”) e se non sarà possibile, sai cosa ti dico? Non importa. C’è un po’ di Italia che è non è mai andata via da lì: non la possono vedere, non la possono fermare.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.



