La Medaglia al merito della Sanità pubblica per ricordare il medico-eroe Geppino Micheletti

di Roberto Amorosino

Lunedì 7 aprile la vita e la memoria di Geppino Micheletti saranno ricordate al palazzo del Quirinale con la consegna della “Medaglia al merito della Sanità pubblica” e ai “Benemeriti della Salute pubblica” nelle mani dei nipoti Maria Grazia e Alberto. 

Due prestigiose onorificenze che seguono, a distanza di settantotto anni, la “Medaglia d’Argento al Valor Civile” e la “Grande Medaglia d’Oro del Comune di Pola”. 

Questo doveroso riconoscimento segue di pochi giorni il rifiuto del governo croato di intitolare l’Ospedale di Pola a Geppino Micheletti: poco male, se è vero com’è vero che il medico-eroe andò via dalla città perché «non avrebbe voluto un giorno ritrovarsi a dover curare gli assassini dei suoi figli». E se altri non ritengono di voler fare i conti con la storia, dovremmo cominciare a farli noi, magari intitolandogli l’ospedale di Trieste, dove nacque, o quello di Narni, dove visse e operò fino alla morte, come ha suggerito l’Unione degli Istriani.

La storia di Geppino è nel cuore di ogni vero italiano e va ben al di là delle decorazioni postume…

«Era domenica. I miei cognati al mare con i nipoti e i miei piccoli, Carlo di nove anni, Renzo di quattro. Motociclette e cocomeri. Spiaggia aperta al pubblico, gli inglesi avevano confermato di aver disinnescato tutte le mine ammucchiate ai lati. C’era una festa di giochi e italianità. Allegria e tricolori. Ricordo Geppino tornare a casa dall’ospedale ad ora di pranzo, turno festivo. Sette minuti dopo le due il mondo ci cadde letteralmente addosso. Non i vetri infranti né i pezzi di soffitto, ma la certezza di qualcosa di brutto. Il botto che non finiva mai veniva da Vergarolla, baia lontana chilometri. Carlo lo ritrovai su un tavolo d’ospedale, me lo avevano ammazzato. E Renzo. E i miei cari. Erano morti tutti. Quei campioni dei liberatori – che prima ci avevano bombardato e poi ci avevano promesso che qui sarebbe rimasta Italia, casa nostra – non volevano che Carlo tornasse a casa con me. Chiedevano una conta dei morti o altre diavolerie nel delirio di quei corridoi di disperazione. Nessuno aveva più voglia di ascoltarli. Il professor Parentin a brutto muso fronteggiò le divise e la loro infinita arroganza: “Non siamo in una pescheria con le sardelle una sopra l’altra. Pretendo un camion per ogni quattro salme!”. Carlo tornò a casa con noi e una lunga fila di camion iniziò a far spola fra la spiaggia e l’ospedale».

È il ricordo di Jolanda Nardin, la moglie di Geppino, il medico primario di Chirurgia che si precipita all’ospedale Santorio Santorio di Pola immediatamente dopo la deflagrazione sulla spiaggia polesana di Vergarolla. 

È il 18 agosto 1946, bella domenica di sole. La canottieri Pietas Julia ha organizzato le gare di nuoto libero della Coppa Scarioni, l’Arena di Pola ha invitato tutta la cittadinanza a partecipare. 

Ai bordi dell’arenile c’è un deposito di mine antisbarco: dovrebbero essere state disinnescate, ma non è così: mani assassine hanno evidentemente manomesso gli ordigni. Sono nove tonnellate di esplosivo che spezzano la vita di un numero imprecisato di uomini, donne e bambini, sicuramente più di cento. Un terzo delle vittime non arriva a diciotto anni.

Geppino opera incessantemente per due giorni e due notti cercando di salvare qualche vita, pur consapevole di aver perso i suoi due figli, il fratello Alberto, la cognata e tanti amici.

Vergarolla è lo zenith delle intimidazioni slave alla popolazione istriana dopo mesi di vessazioni morali e materiali, il punto di non ritorno. È la strage più pesante della storia della nostra nazione e per di più a guerra finita, dolorosamente insabbiata tra coperture, oblio e complicità.

Geppino lascia Pola con Jolanda nel marzo di un anno dopo. Continuerà ad esercitare la sua missione all’ospedale di Narni in Umbria fino al 1961, fino alla fine dei suoi giorni terreni: cinquantasei anni di una vita semplicemente eroica.

Per chi volesse saperne di più: Duccio Vanni, Geppino Micheletti (1905-1961). Vita, opere e riconoscimenti del medico eroe della strage di Vergarolla – Editore Apice Libri.

Francesco Rismondo, l’Assunto di Dalmazia

Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.

Il vescovo Polesini torna a Parenzo

Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.

A Norma Cossetto

Era il 4 di ottobre, forse il 5 di ottantatré anni fa. Di sicuro c’è che la ragazza aveva i polsi legati dal filo di ferro e fu costretta a forza, dopo giorni e notti di violenze subita dai partigiani titini, a raggiungere Villa Surani, il luogo del suo ultimo martirio.