1924: il Giro d’Italia arriva a Fiume. Romolo Lazzaretti vince la tappa

di Roberto Amorosino
Arrivare a Fiume non sarà mai una passeggiata di salute. Anzi, a Fiume non si arriva: si entra e si fa la storia.
Sono due, forse tremila tra ribelli e volontari. Ci sono arditi, alpini, artiglieri, autieri, carabinieri, genieri, granatieri, fanti, cavalieri, forze di mare e di cielo. Ci sono ben quattro battaglioni e un nucleo di bersaglieri tra cui spicca l’VIII Battaglione Ciclisti. La popolazione acclama i legionari, i cappelli piumati - ardore e impeto -, quell’andare di corsa, quel pedalare lesto che esalta cameratismo, amor di patria e la folle sfida alle stelle. Settembre 1919 - Dicembre 1920, l’impresa e poi l’epilogo.
Ha ben più miti, ma comunque risolute, intenzioni Armando Cougnet, organizzatore dell’edizione numero dodici della corsa degli italiani che riporta le biciclette a Fiume.
Il programma del Giro prevede dodici tappe in ventidue giorni. La decima, il 28 di maggio del 1924, va da Bologna alla città simbolo delle terre irredente.
Da Milano partono in novanta, sono solo trentuno alla punzonatura nel capoluogo emiliano.
È una corsa tribolata da prima dell’inizio. Non si trova l’accordo sui compensi con le squadre più titolate, restano fuori i migliori, ma si sa che “gli assenti hanno sempre torto” e “la corsa la fanno i corridori”. E cosi è: sono 3.613 chilometri di battaglia senza pronostico, senza primedonne, senza esclusione di colpi.
La Bologna-Fiume è la tappa più lunga con i suoi 415 km
Arrivano davanti in tre, hanno impiegato la bellezza di 17 ore e 28 minuti, gambe dure, sudore e polvere. I due della Legnano, Ferrario e Sivocci, non giocano di squadra, ognuno si gioca le proprie carte, favorendo l’incomodo Romolo Lazzaretti (Cicli Jenis) che, al traguardo, non ha nemmeno più la forza di sorridere. Giuseppe Enrici contiene il ritardo sotto il minuto, Federico Gay non guadagna terreno, fra i due ci sarà quasi un’ora quando i trenta reduci ritrovano le vie affollate di Milano per l’ultima frazione. Enrici, emigrato di ritorno, vince il Giro degli isolati.
Via Bergamo, angolo piazza Fiume (!), Roma
Sono già otto anni che i fratelli Lazzaretti, Romolo e Remo, hanno avviato la loro bottega di riparazione e vendita bici.

Remo sa far di conto, Romolo ne sa parecchio di due ruote. La ditta funziona, cresce, diventa punto di riferimento per ciclisti romani e non. Fra tradizione e innovazione attraverserà i ruggenti anni Venti, i favolosi Sessanta, gli psichedelici Settanta, le prime BMX, le mountain bike spaccaossa, l’attenzione crescente all’ambiente, il bike sharing, le elettriche e tutto quant’altro può aiutare il primo degli agonisti e l’ultimo degli amatori.
Via Bergamo, angolo piazza Fiume, due passi da Porta Pia dove ritroviamo i nostri bersaglieri, qualche decennio prima, a far breccia nella storia. La prima compagnia Bersaglieri Ciclisti è del 1898, utilizzano un velocipede da 30 chili di telaio e gomme piene antiforatura.
La guerra accelera la ricerca, la Bianchi produce un modello ben più performante, anzi due: per gli ufficiali una bici con il cambio, per la truppa senza.
Nel frattempo, Romolo continua a correre. Non vince solo a Fiume. La ciliegia sulla torta di un’onesta carriera è la XX settembre (!), corsa che non c’è più, ma che nel 1924 vale - per prestigio - la Sanremo, fra l’altro cinque anni più giovane (1902 la XX, 1907 la monumento). È una Roma-Napoli-Roma di 450 chilometri, patrocinata da Il Messaggero e Il Mattino, tra ali di pubblico ed entusiasmo che il calcio ancora si sogna. Ci sono i campioni del nord, c’è soprattutto il primo campionissimo del nostro ciclismo, del nostro sport: Costante Girardengo, sue - senza se e ma - le edizioni 1921, ’22, ’23 e ’25.
Ci vogliono dei chiodi nascosti sotto la strada polverosa, all’altezza di Prima Porta, per impedire il pokerissimo. L'immenso “nano di Novi” fora, prova a rientrare ma Lazzaretti anticipa lo sprint, regola il bolognese Gordini e vanifica lo sforzo del fuoriclasse, comunque terzo.
Romolo è un omone di quasi novanta chili, muscoli e cucina maremmana che cerca condizioni meteo avverse e strade disastrate per dare il meglio di sé. Al Tour del 1925 si arrende ai Pirenei, al Giro ’26 è undicesimo.

Scende dalla bici, ma continua a correre con gli affari, che decollano. Nasce la squadra corse “Lazzaretti Inciclo” e, nel 1930, la Coppa Lazzaretti, appuntamento di riferimento per i dilettanti laziali. Le sue camere d’aria sconfinano nel calcio, il pallone “Super Astro Parola” della Juve campione ’50.

L’emporio ciclistico è ancora oggi a via Bergamo, stellare centro servizi biomeccanico, raddoppiato lo spazio, gli eredi hanno dato cambi regolari, gregari e capitani. Le automobili hanno sostituito le carrozze, il degrado, il decoro, soffocano il quartiere Trieste-Salario e Roma tutta, ma le bici e il bersagliere sono sempre lì.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.


