Non solo Bologna: gli attacchi infami ai treni degli esuli vennero organizzati ovunque

treno della vergogna

di Maria Ballarin

Non sarebbe il caso di perdere tempo a contestare lo squallido articolo comparso il 30 ottobre scorso sul quotidiano Domani, volto a negare la triste vicenda accaduta alla stazione di Bologna il 18 febbraio 1947, se non si sapesse che l’autore è un docente di Storia alle superiori, è noto al pubblico televisivo per le frequenti presenze in talk show famosi, fa parte di un gruppo molto agguerrito di se-dicenti ricercatori e docenti giustificazionisti, riduzionisti e sostanzialmente negazionisti della tragedia delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata.

L’articolo in questione prende spunto dall’osservazione di un filmato, comparso su youtube, che descrive, con il supporto dell’IA in modo inesatto ed enfatico, la triste vicenda del treno degli esuli bloccato in quella città, e si rifà al lavoro del collettivo Nicoletta Bourbaki, pubblicato sul sito Wu Ming. 

Il tutto per affermare che, siccome non ci sono articoli di giornali dell’epoca su quanto accadde a Bologna quel giorno - e cioè che la Cgil minacciò lo sciopero se il treno con i profughi si fosse fermato in stazione, impedendo di rifocillarsi  a quei poveretti in viaggio su un convoglio merci da ore - la storia è stata tutta inventata.

La tesi è stata ripresa da qualcun altro, arricchita, se così si può dire, di ulteriori suggestive considerazioni.

Secondo tali ricostruzioni, la storia del treno di Bologna si appoggerebbe solo sull’unica testimonianza di Lino Vivoda, esule da Pola ora scomparso, all’epoca ragazzo di undici anni, che ne ha lasciato traccia netta e precisa nei suoi scritti. Può la memoria viaggiare su un’unica testimonianza senza scadere nella propaganda o addirittura nella diffusione di falsità storiche?

È convinzione di questi pseudostorici che tutte le vicende tragiche del nostro confine orientale siano state tramandate dopo troppi decenni da persone psicologicamente instabili e strumentalizzate dalla destra, che ha voluto rilanciare queste vicende ai fini di una ricostruzione in chiave identitaria e sovranista della storia nazionale.

Per costoro le foibe furono un triste episodio di jaquerie, vendette per soprusi subiti dagli slavi durante il periodo fascista, limitati nel tempo e con un numero di vittime assai ridotto. Norma Cossetto era la figlia di un dirigente fascista e iscritta lei stessa Pnf, per cui… La strage di Vergarolla fu compiuta dai fascisti per far prolungare la guerra; l’esodo da Pola fu ben organizzato dal governo italiano e si svolse in modo ordinato, niente di drammatico, insomma; chi voleva andarsene prendeva la carta d’imbarco e via! Per non parlare dell’inesistenza di resti umani nella foiba di Basovizza. Tutto inventato! Gli esuli nel tempo avrebbero rielaborato in modo vittimistico la loro storia e tramandato vere e proprie falsità, emuli addirittura di Goebbels a cui è stata attribuita la frase: «Una bugia ripetuta molte volte diventa una verità».  Ma ci credono davvero?

Ho conosciuto personalmente Claudio Drandi, scomparso da pochi anni, il quale, fuggì nottetempo con la madre da Valle d’Istria a Pola. Arrivati al Molo Carbon, la mamma mise la mano del figlio undicenne in quella di un frate e lo salutò soltanto con gli occhi. Dal ponte del “Toscana” il bambino la guardò, finché il molo, la città, la costa non scomparvero dalla vista. Al porto di Ancona la nave fu accolta da due gruppi: uno con le bandiere italiane e l’altro con le bandiere rosse, che si fronteggiavano. Salito con tutti gli altri esuli sul treno che li portava nei vari campi profughi allestiti in Italia, a Bologna non scese nessuno e il ragazzino guardava sgomento la gente che da dietro i finestrini urlava minacciosa contro di loro.

In realtà, Bologna non fu l’unica città ad accoglierli con ostilità: in tutte le stazioni ferroviarie, quando stava per passare un treno che trasportava esuli, i capistazione segnalavano preventivamente il loro arrivo. E per quante volte ci furono persone generose ad accoglierli, altrettante volte capitarono gazzarre ignobili come quella di Bologna. Nelle stazioni dove passavano i treni o nei porti dove approdavano le navi.

È del tutto inutile ricordare a questi personaggi che un’intera generazione proveniente dalle terre cedute dopo la guerra è morta portandosi con sé i ricordi e le angosce sofferte, senza poterne mai parlare in pubblico, a causa dello stigma decisamente negativo che è gravato su di loro per almeno cinquant’anni.  La storia del treno è sempre stata ben conosciuta dagli esuli, che accolsero con stupore e sollievo lo splendido articolo di Claudio Magris, marito dell’esule Marisa Madieri, comparso suo Corriere della Sera nell’estate del 1991, che confermava la vicenda accaduta, accentuandone la disumanità.

Sembra assurdo, inoltre, che tali “storici”, la cui relativamente giovane età dovrebbe mettere al riparo da una lettura ideologica tanto accesa, non vogliano considerare tutta la mole di studi prodotta sul Confine Orientale, né siano disposti a confrontare le loro tesi precostituite con le esperienze di chi ancora può testimoniare.  Alla luce di questo regresso sulla via della conoscenza e della pacificazione della memoria storica, non sembra essere un caso la recrudescenza, in questi ultimi anni, di atti vandalici sempre più frequenti contro targhe commemorative presenti in tutta Italia, insieme agli estremisti che, portando la bandiera jugoslava nelle manifestazioni, inneggiano a Tito e alle foibe.

A tanti anni di distanza dai fatti accaduti, dobbiamo aspettarci una nuova stagione di negazionismo violento?

Francesco Rismondo, l’Assunto di Dalmazia

Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.

Il vescovo Polesini torna a Parenzo

Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.

A Norma Cossetto

Era il 4 di ottobre, forse il 5 di ottantatré anni fa. Di sicuro c’è che la ragazza aveva i polsi legati dal filo di ferro e fu costretta a forza, dopo giorni e notti di violenze subita dai partigiani titini, a raggiungere Villa Surani, il luogo del suo ultimo martirio.