Ecco perché serve il Museo del Ricordo a Roma

di Gabriele Marconi
C’erano una volta il Foro e l’Agorà. Luoghi centrali non solo delle città ma della stessa vita pubblica, centri del confronto della vita politica, economica, commerciale e religiosa, dove i cittadini si riunivano per discutere e decidere.
Oggi sono i social a rappresentare la piazza con la quale chiunque operi in politica o in cultura deve fatalmente confrontarsi. Perché è là che si svolge la gran parte della vita “comune” ed è là che ormai si comunica, si commenta e si giudica.
Tutti possono intervenire su qualsiasi argomento, anche senza saperne nulla, spesso per il solo gusto di polemizzare, anche ferocemente, ma senza la nobiltà del confronto aperto e diretto. Perché la calda sicurezza della poltrona dalla quale si scrive sullo smartphone o sul pc (quando non dell’anonimato), scatena gli istinti peggiori e accende una violenza verbale come difficilmente è dato vedere in un confronto vis à vis. È arduo portare avanti un qualsivoglia ragionamento quando il tuo intervento viene sommerso da una valanga di commenti contrari, violenti o irrisori. E nel regno della Quantità vincono questi ultimi, con la classica modalità della spedizione punitiva, in tanti contro uno. Nel migliore dei casi scatenano altrettanti polemisti, e il “ragionamento ragionevole” si depotenzia comunque e si perde nella violentissima guerra delle parole.
È quello che è successo alla notizia dell’istituzione del Museo del Ricordo (leggi qui): appena la pagina Facebook del ministero della Cultura ha postato la notizia, è partita la “shitstorm” (ossia la tempesta di merda, come direbbe Dante), con decine di commenti sarcastici e insulti mitragliati ad alzo zero, senza alcuna censura.

Contro la malafede non si può nulla, ma i commenti degli ignoranti non sono sempre colpa loro: c’è un tentativo di disinformazione di una minoranza rumorosa e nostalgica che continua a reagire automaticamente con la bava alla bocca ogni volta che vede messi in dubbio i dogmi ai quali ha formato la propria vita. E quelli che, appunto, “ignorano”, si accodano convinti di essere nel giusto.
Per questo (come scrive Cimmino nell’Argonauta - leggi qui) istituire il Museo del Ricordo è un bene, con l’auspicio che possa diventare «un luogo di visita e di studio per le scolaresche e per i loro docenti» e «un punto di riferimento per gli studiosi». Un faro contro il buio dell’ignoranza. Ed è un bene realizzarlo a Roma perché quello che è accaduto al di là dell’Adriatico non è storia locale ma nazionale.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.


