C’è sempre bisogno di ricordare

Argonauta

di Marco Cimmino

Spesso non ci rendiamo conto di quanto labile, colpevolmente labile, possa essere la nostra memoria: ci illudiamo di conservare inalterato nel tempo il ricordo di una voce, di uno sguardo, di una persona e invece, coll’implacabile trascorrere degli anni, d’improvviso ci accorgiamo di averli perduti. Una perdita che non si aggiusta, un ricordo che non torna.

Anche per questo, istituire un Museo del Ricordo è un bene. Tuttavia, nel caso del museo romano dedicato alla memoria dell’olocausto adriatico, vi è qualcosa di più importante della pura e semplice conservazione del ricordo storico: l’impressione è che aleggi nell’aria una sensazione di giustizia. Meglio: di riparazione a un’ingiustizia, che ha nascosto, cancellato, sepolto per decenni la storia delle genti giuliane, istriane e dalmate e del loro sacrificio.

Tanto più necessaria e meritoria, dunque, risulta oggi questa iniziativa, che, in qualche modo, pone fine ad un oblio che durava da troppo tempo. Perché un museo è un po’ la casa di tutti: il luogo in cui ci si ritrova e ci si riconosce. Un Museo del Ricordo è, insomma, la casa di chi la propria casa l’ha perduta: un giacimento di memorie che, altrimenti risulterebbero sparpagliate e, talvolta smarrite.

Tuttavia, il progetto della memoria è anche altro. Per cominciare, il museo rappresenterà un punto di riferimento per gli studiosi, che cominciano a essere un buon numero, che si applicano allo studio e all’indagine della storia del confine orientale e dell’Esodo. Un polo scientifico, che faccia capo a un istituto fisico e non soltanto a un’astratta fondazione significa un punto d’approdo sicuro per ricercatori e dottori di ricerca: una miniera di fonti, ma anche un centro di dibattito e di confronto tra studiosi. E Dio solo sa se ce ne sia bisogno, in quest’epoca manichea di talk show e di verità urlate.

Il Museo del Ricordo potrà essere un luogo di visita e di studio per le scolaresche e per i loro docenti. La speranza è che diventi una tappa irrinunciabile dei viaggi d’istruzione, in particolare per le quinte classi, che devono affrontare, tanto in storia quanto nel curricolo di educazione civica, il tema degli olocausti novecenteschi. Bello sarebbe preconizzare una strettissima collaborazione tra il ministero della Cultura e quello dell’Istruzione, allo scopo di creare virtuose sinergie ed esercitare una proficua economia di scala: vedremo.

Rimane la questione più spinosa, il “lapis offensionis”, rappresentata dalle reazioni all’annuncio della nascita del museo da parte di una sparuta ma rumorosa pattuglia di nostalgici del comunismo e dei suoi leader, che, dopo avere attraversato tutti i passaggi tipici del negazionismo, è passata al riduzionismo e infine al giustificazionismo. E oggi denuncia la nascita del Museo del Ricordo come un’operazione di propaganda retriva, se non l’accusa scopertamente di fascismo strisciante. Ed è ora di dire basta, una volta per tutte, a queste idiozie: perché di pure e semplici idiozie si tratta. Grazie al cielo, è finita quella fase storica in cui le questioni culturali, politiche, civili, si risolvevano a colpi di chiave inglese e chi parlava di foibe era, ipso facto, catalogato come fascista. Vogliamo sperare che, un domani, anche questi fanatici possano visitare il Museo del Ricordo e constatarne l’obbiettività scientifica: forse questo potrebbe servire a smorzarne l’aggressività. E indurli, non si dice a vergognarsi, ma perlomeno a tacere.

Francesco Rismondo, l’Assunto di Dalmazia

Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.

Il vescovo Polesini torna a Parenzo

Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.

A Norma Cossetto

Era il 4 di ottobre, forse il 5 di ottantatré anni fa. Di sicuro c’è che la ragazza aveva i polsi legati dal filo di ferro e fu costretta a forza, dopo giorni e notti di violenze subita dai partigiani titini, a raggiungere Villa Surani, il luogo del suo ultimo martirio.