Dagli infoibatori illuminati ai tagliagole moderati

di Gabriele Marconi
La stampa italiana da sempre in prima fila nella mistificazione surreale della cronaca storica.
Di quello che sta succedendo davvero in Siria ancora ne sappiamo troppo poco per dare un giudizio definitivo. Troppe le domande senza risposta, troppe le cose che non tornano.
A fronte, però, dei misteri politici e geopolitici che ancora non ci è dato conoscere, una certezza è davanti agli occhi di tutti (o così dovrebbe essere): quelli che hanno preso il potere a Damasco sono gli stessi fondamentalisti sui quali pendevano fino a un minuto fa delle taglie milionarie. Su questo non ci piove. Eppure su tutti i mezzi d’informazione hanno smesso di essere tagliagole per diventare improvvisamente “ribelli moderati” con tanto di lauree e buoni sentimenti.
Stiamo assistendo a un arrampicamento sugli specchi che supera il grottesco per arrembare le vette più alte della surrealtà. Il fatto è che, come dice una vecchia massima citata nelle redazioni, si deve “attaccare il ciuccio dove vuole il padrone”.
Infatti non c’è niente di nuovo in questo atteggiamento dei giornalisti di casa nostra. Lo sa bene chi ha vissuto le drammatiche, anzi tragiche, vicende degli italiani del Confine orientale alla fine della Seconda guerra mondiale. E lo può scoprire anche chi abbia voglia di scartabellare i quotidiani del tempo, ancora conservati nelle emeroteche di tutta Italia. Anche allora, i carnefici di tanti nostri connazionali vennero presentati come angeli della libertà e il loro capo supremo, il maresciallo Tito, un leader illuminato e un alleato affidabile. Quella “doveva” essere la verità e così venne presentata per il bene comune in nome della “ragion di Stato” (come ricorda Marco Cimmino – LEGGI QUI). E pazienza se per farlo si doveva tacere delle migliaia di infoibati… È la stampa, bellezza.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.


