La Ragion di Stato e il cetriolo dell’ortolano

Argonauta

di Marco Cimmino

Uno si domanda: ma che c’entra la Ragion di Stato con una cucurbitacea? La Ragion di Stato, conio lessicale del Della Casa, se ne sta lì, pomposa e fiera, mentre coi cetrioli, al massimo, ci preparo un’insalata. La spiegazione di questo ardito accostamento è di carattere geopolitico: nel senso che interessa tanto la geografia quanto la politica. E, un pochino, anche l’antropologia, se permettete.

Il fatto è che ci troviamo in Italia, Paese quant’altri mai felicitato delle maggiori fortune, ma anche un tantino, diciamo così, peculiare sul versante dei rapporti tra potere e cittadinanza e tanto più nello zerbinaggio di fronte ai desiderata dei potenti alleati americani o europei (con l’eccezione famosa e storica dei fatti di Sigonella, stante Bettino Craxi premier): cosa che ha generato un numero spropositato di aneddoti e di battute, ma anche qualche disagio per la gente. Di qui, nasce spontanea l’associazione d’idee tra la Ragion di Stato, che infinite volte è stata tirata fuori dal cilindro per giustificare le più rimarchevoli malefatte, e il cetriolo che, nella fattispecie, non deve essere adibito all’insalatiera, previa sbucciatura, sibbene all’incursione posteriore, perlomeno in senso figurato. Perché, ogni volta che si è tirata in ballo questa benedetta Ragion di Stato, chissà perché, questo metaforico cetriolone ha preso la via del nostro taffanario, con precisione chirurgica, è il caso di dirlo.

Il termine “Ragione”, che qui pare significare, a un dipresso, motivazione o giustificazione, originariamente voleva dire “giustizia”: laddove, oggi, sembrerebbe indicare una realtà ossimorica, rispetto al significato primo. Quanto allo Stato, in questo caso, ha assunto quasi sempre i contorni di un’entità, paradossalmente, antitaliana: la Ragion di Stato contro la Nazione Italia, se rendo l’idea. Soprattutto nei rapporti internazionali sembra ormai una regola il fatto che a rimetterci si debba sempre essere noi.

Va da sé che, per quanto ci riguarda, l’esempio più lampante di utilizzo in chiave antinazionale della Ragion di Stato è quello del trattato di Osimo, del 1975. Quello che, come tutti sanno, determinò l’abbandono di una bella fetta di terre italiane, il cui destino non era ancora stato deciso dalla pace di Parigi né dal memorandum di Londra, e che vennero cedute alla Jugoslavia di Tito con un accordo bilaterale, che vide le forze parlamentari, escluso l’allora Msi, favorevoli alla cessione, in nome appunto di una fantomatica Ragion di Stato. Scopo della quale, per inciso, avrebbe dovuto essere un addolcimento delle relazioni tra Italia e Federazione Jugoslava, laddove, viceversa fu un regalo al Pci di Enrico Berlinguer, che si stava pericolosamente avvicinando alla Dc quanto a consensi elettorali.

Dunque, il prezioso cadeau venne recapitato a Tito, con il sorriso sulle labbra, come se ci stesse facendo una cortesia. E le genti giuliane ricevettero il famoso cetriolo, adibendolo all’uso che abbiamo detto. D’altronde, erano abituate a pagare per tutti: a cominciare dai danni di guerra, liquidati alla Jugoslavia sotto forma dei beni degli italiani fuggiti durante l’esodo dalle loro terre.

Ma qui c’è qualcosa di peggio: c’è sempre stata una malafede scivolosa e ipocrita, l’imbonimento delle masse, la manipolazione della stampa e dell’informazione. Insomma, la Ragione di Stato, che tutto sembrava giustificare e cui tutti si dovevano inchinare, “per ragioni nobilissime e superiori”. Laddove, invece, si trattò di basse camarille di palazzo e, ripetiamo, di miserrima sudditanza internazionale: intrecci di accordi fatti sulla pelle della gente. Di cui, ci terrei a rammentarlo, lo Stato è l’espressione politica e giuridica.

Perciò, paradossalmente, siamo passati dal concetto di “giustizia della gente” a quello di decisioni contro la gente: prese da una classe politica, che, invece di sostenere la causa nazionale, è sempre parsa avversarla. Una classe dirigente che anteponeva il proprio interesse a quello nazionale, per così dire, di cui la Ragion di Stato ha sempre rappresentato l’arma finale e definitiva: il passe-partout perfetto per ogni malversazione. Ecco, dunque, la ragione dell’accostamento, da cui siamo partiti, tra il cetriolo e la Ragion di Stato. Per questo, amici cari, qualora la sentiate tirare in ballo, è meglio che vi prepariate al peggio. E che, soprattutto, rimaniate seduti.

Francesco Rismondo, l’Assunto di Dalmazia

Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.

Il vescovo Polesini torna a Parenzo

Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.

A Norma Cossetto

Era il 4 di ottobre, forse il 5 di ottantatré anni fa. Di sicuro c’è che la ragazza aveva i polsi legati dal filo di ferro e fu costretta a forza, dopo giorni e notti di violenze subita dai partigiani titini, a raggiungere Villa Surani, il luogo del suo ultimo martirio.