Vent’anni dal Giorno del Ricordo

La verità si fa largo
di Roberto Menia
Basovizza, 10 febbraio 2024. Sono passati vent’anni dall’approvazione della legge sul Giorno del Ricordo. C’è il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, tanti ministri, una gran folla commossa. Poi dalla stazione di Trieste centrale parte il “Treno del Ricordo” che scenderà lungo l’Italia.
C’è commozione e - perché no? - orgoglio.
Ricordo altri tempi, quando lassù sull’altopiano, davanti a quella tomba di italiani innocenti “sprofondata nelle viscere della terra”, si andava in pochi e da soli: ne è passata di acqua sotto i ponti e ora puoi vedere davvero come una lunga battaglia di giustizia e verità sia stata vinta.
La verità si fa largo
La verità, infatti, anche se tardivamente e a fatica, si è fatta largo. Ormai, salvo piccole sacche di negazionismo e giustificazionismo, fastidiose ma insignificanti, storici e politici riconoscono ciò che sono state le stragi delle foibe: la realizzazione brutale di un piano di snazionalizzazione e di pulizia etnica ai danni della comunità italiana e della sua bimillenaria presenza, cultura e tradizione nella costa orientale adriatica. Ne è stata conseguenza l’esodo biblico dei 350mila istriani, fiumani e dalmati, che rappresenta una testimonianza, dolorosa e fiera, di italianità e di libertà.
Quel silenzio colpevole
Di tutto ciò, per decenni, intere generazioni di italiani nulla hanno saputo, e molti ancora non sanno, perché un velo di silenzio era stato dolosamente steso per lurida convenienza politica.
Non faceva comodo alla vulgata resistenziale, in cui era egemone e padrona la sinistra comunista, che si sapesse di quali atrocità si erano macchiati i partigiani rossi; ed era utile al blocco occidentale, quando il mondo era diviso dalla contrapposizione Usa-Urss, tenersi amico Tito (capo dei “non allineati” con Mosca) dipingendolo quale campione di libertà e sorvolando sulle atrocità dei suoi partigiani e della sua Jugoslavia.
A cosa serve il Giorno del Ricordo?
Il Giorno del Ricordo, che mi onoro di aver proposto e fatto approvare al Parlamento della Repubblica, non è in tutta evidenza una riparazione materiale ai drammi d’allora, ma è un grande un atto di verità e di riconciliazione.
È l’aver ridato un senso al cammino comune, riconsegnato alla storia nazionale pagine ignobilmente strappate, ridestato il senso di una comunità di destino.
Pian piano, in questi vent’anni, quelle che erano memorie private, incomprese, inascoltate, raccontate e tramandate quasi con pudore, oltre che dolore e tristezza, sono riemerse e diventate narrazione di una storia più grande e comune, storia d’Italia e di Italiani.
A chi mi chiede a che cosa serva, dopo così tanto tempo, riaprire i cassetti della storia, dico che non solo è un atto di giustizia, ma che è anche un atto di speranza: è far germogliare ancora il buon seme. So bene che il tempo ha ucciso e fatto scomparire tanto di quel retaggio: so bene che nelle terre che furono d’Italia la nostra lingua non si parla quasi più e so bene che l’oggi è pieno di ignoranti e di immemori. Ma se semini giustizia, verità, lingua, italianità, qualcosa germoglierà e poi rifiorirà.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.


