Togliatti: appoggiare Tito per realizzare l'Italia comunista

di Cristina Di Giorgi
Il ruolo politico e militare svolto nelle terre giuliane dal Partito comunista italiano nel periodo a cavallo della fine della Seconda guerra mondiale. È questo, in estrema sintesi, l’argomento del nuovo libro di Marino Micich, studioso e direttore del Museo storico di Fiume. L’interessante volume si intitola Togliatti, Tito e la Venezia Giulia. La guerra, le foibe, l’esodo. 1943-1954 (Mursia, 2025). Ne abbiamo parlato con l’autore.
Quali sono stati i rapporti tra il maresciallo Tito e Togliatti che influenzarono la posizione del Pci durante e subito dopo il conflitto mondiale?
Il rapporto tra i due capi comunisti a partire dal 1943, periodo cruciale della Seconda guerra mondiale, è stato molto stretto, tanto da instaurare un’alleanza militare nella lotta contro le forze armate naziste e fasciste, quest’ultime facenti capo alla Repubblica sociale istituita da Mussolini tra il 22 e il 23 settembre 1943.
Lo scopo dell’alleanza tra i comunisti italiani e quelli jugoslavi era duplice: da una parte portare avanti unitamente la lotta contro i tedeschi diventati padroni dei territori giuliani, dove avevano instaurato la “Zona di operazioni militari Alto Adriatico” (Operationszone Adriatisches Küstenland); dall’altra parte in caso di vittoria, quindi a guerra finita, portare avanti un piano politico di annessione e di instaurazione del regime comunista jugoslavo, guidato da Tito, in tutta la Venezia Giulia. Tra il 1944 e il 1945 Palmiro Togliatti e i suoi più stretti collaboratori, Pietro Secchia e Luigi Longo, vedevano di buon grado l’espansionismo verso le terre italiane del regime comunista jugoslavo in quanto, al momento opportuno, Tito avrebbe potuto dare un forte appoggio per attuare il disegno di una rivoluzione comunista in Italia.
Togliatti a un certo punto mantenne anche un’altra linea politica, rispettosa delle decisioni prese nel febbraio 1945 a Jalta dagli Alleati, dove si stabilirono le sfere di influenza sovietica e statunitense in Europa dopo la sconfitta della Germania. In base alle decisioni prese a Jalta, l’Italia doveva rimanere sotto influenza americana e dotarsi di un sistema parlamentare pluripartitico. Ed ecco che da quel momento Togliatti adottò la politica del “doppio binario” soprattutto tra il 1945 e il 1947, secondo la quale da una parte bisognava mantenere il progetto di un’eventuale rivoluzione comunista con l’appoggio di Tito e dall’altra dare il via alla fase di “democrazia progressiva” che consisteva nel collaborare con le altre forze politiche italiane (Democrazia cristiana, Partito d’Azione, ecc.) per ricostruire l’Italia. Il fine ultimo di Togliatti rimaneva sempre quello di sovvertire il sistema democratico italiano nel caso gli equilibri internazionali lo avessero consentito e portare l’Italia sotto l’orbita di influenza sovietica.
Dal suo libro emerge che i comunisti italiani non furono tutti “allineati” alla linea di Togliatti. Alcuni, anzi, subirono pesanti conseguenze dall’evolversi della situazione...
Nel Pci esistevano varie correnti: la più forte era quella capeggiata da Pietro Secchia, che spingeva per l’instaurazione di un vero e proprio regime comunista in Italia, ribaltando perciò gli accordi di Jalta. Togliatti invece era più cauto e attendista. Quando ci fu l’espulsione per volontà di Stalin del Partito comunista jugoslavo di Tito dal Cominform, nel giugno 1948, ecco che una piccola parte dei comunisti italiani sostenne Tito ma la maggior parte, guidata da Togliatti, si allineò con le direttive di Stalin. Ci fu allora una resa dei conti tra comunisti sloveni e comunisti italiani soprattutto a Trieste, che era sotto il controllo angloamericano. Un gruppo di circa duemila comunisti italiani, soprattutto operai provenienti da Monfalcone, che si erano stabiliti in Jugoslavia tra il 1946 e il 1947 per costruire il nuovo socialismo, in quanto fedeli a Stalin furono arrestati e deportati dagli jugoslavi in vari campi di concentramento, tra cui è tristemente noto quello dell’isola Calva (Goli Otok). Si valuta che almeno trecento di questi militanti comunisti italiani scomparvero nei lager di Tito… Anche questa triste pagina di storia è stata per lungo tempo rimossa come quella delle foibe, perché assai scomoda e infelice.
I vertici del Pci, come lei dettagliatamente spiega, erano perfettamente consapevoli della repressione anti-italiana in Venezia Giulia, che fu pulizia etnica ma anche epurazione per motivi politico-ideologici. Ci spiega meglio questo aspetto della questione?
Era nota già nei primi anni del secondo dopoguerra, come riportato nella copiosa memorialistica esistente, l’alleanza militare in essere tra i partigiani comunisti italiani con quelli jugoslavi di Tito, stipulata da Vincenzo Bianco dietro incarico di Togliatti nell’ottobre 1944. Le lettere di Togliatti e di Bianco di quel periodo tra l'altro sono state rese disponibili dagli archivi del Pci circa una ventina d’anni fa e confermano tale alleanza politica e militare.
Molti furono i casi in cui anche partigiani comunisti italiani parteciparono all’oscura pratica degli infoibamenti. La mano assassina e “giustiziera” nel caso del partigiano italiano era guidata dal fine ideologico, che spingeva a eliminare l’avversario politico anche se questi non sempre era dichiaratamente stato fascista o responsabile di qualche crimine. Spesso veniva colpito l’imprenditore, l’avvocato, il possidente o il parroco del paese. Da parte comunista jugoslava l’importante era seminare il terrore e imporre il potere nei confronti di tutta l’etnia italiana, indipendentemente dalla questione fascista. Le terre giuliane dovevano essere solo etnicamente jugoslave e infatti la persecuzione, soprattutto a guerra finita, colpì l’intera etnia italiana e i rappresentanti stessi delle forze antifasciste italiane cielleniste, come anche il mondo clericale e imprenditoriale. Il risultato finale della politica jugoslava fu l’esodo di circa trecentomila istriani, fiumani e dalmati.
Che effetto ha avuto la deriva filo-titina di Togliatti sugli equilibri della politica estera italiana in quel periodo, sia interna sia internazionale?
Gli effetti dei rapporti tra Tito e Togliatti nella politica estera italiana furono molto forti, anche durante le trattative di pace conclusesi il 10 febbraio 1947 a Parigi, in cui la cessione dell’intera Venezia Giulia alla Jugoslavia non fu di fatto osteggiata dal Pci.
Fa eccezione il periodo in cui Tito e il suo partito furono espulsi nel giugno 1948 dal Cominform: solo allora a Trieste i comunisti italiani, guidati da Vittorio Vidali, presero a difendere con tenacia l’autonomia del Territorio Libero dalle mire dei comunisti sloveni. Si può parlare solo di autonomia del territorio triestino, perché Togliatti non chiese mai esplicitamente l’annessione della città all’Italia. Dopo quel periodo, soprattutto in seguito alla morte di Stalin nel 1953, ci fu la graduale riabilitazione di Tito da parte di Krusciov e di conseguenza avvenne un nuovo riavvicinamento tra Tito e il Pci, che portò di nuovo a intese non sempre favorevoli alle terre giuliane.
Il suo è il primo lavoro approfondito sul ruolo e sulle responsabilità del Pci nelle vicende del confine orientale italiano, con tutto ciò che esse hanno comportato in termini di drammi e conseguenze sulla popolazione delle terre istriane, fiumane, giuliane e dalmate. Perché secondo lei?
Per lunghissimi anni le vicende del nostro confine orientale sono state oggetto delle interpretazioni di parte comunista, assai debolmente criticate dalle altre culture politiche nazionali ad eccezione della destra coagulatasi nell’allora Msi. Il “muro del silenzio” sulle foibe e quindi anche sulle responsabilità politiche degli autori di tali massacri è venuto man mano a cadere grazie anche al crollo del comunismo internazionale, avvenuto nel 1989 con la fine dell’Unione Sovietica e la riunione delle due Germanie. Inoltre, in quel periodo, il Pci si sciolse per dare vita al Partito democratico della sinistra, il Pds, i cui vertici presero le distanze da una certa politica succube per lungo tempo a Mosca.
Il mondo accademico universitario, è noto, si muove a cose fatte e in verità ci sono da qualche anno rari saggi (tra cui quelli di Raoul Pupo, Gianni Oliva e Patrick Karlsen) dove sono stati posti in rilievo importanti episodi politici riguardanti il ruolo giocato dal Pci al confine orientale, ma pur sempre molto poco è stato pubblicato sulla questione giuliana. In Italia esiste ancora una forte reticenza a indagare e parlare di questa pagina di storia, perché il passato ancora non passa.
Spesso nelle dispute politiche odierne si ragiona in termini di “comunismo” e di “fascismo” e tutto ciò non facilita il lavoro degli storici, i quali hanno il compito di narrare in maniera documentata e non faziosa i vari episodi di un periodo storico, per arrivare a costruire una visione dei fatti “intera” e senza interessate omissioni.
Ecco perché il mio libro desta un certo interesse nel panorama editoriale italiano, pur essendo passati ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e del fascismo. Spero solo che questo lavoro aiuti a far comprendere meglio ai lettori la complessità della storia e, in questo caso specifico, stimolare la conoscenza su fatti a lungo oscurati in Italia per motivi politici, come lo stesso Luciano Violante ebbe a suo tempo a dichiarare. Il mio libro, difatti, inizia con una frase di Violante che dice che per lunghi anni il Pci ha taciuto “per convenienze politiche” sui fatti tragici della frontiera giuliana. Una dichiarazione molto importante fatta nel 2003, che ha dato inizio, almeno nella sinistra postcomunista riformata, a una revisione dei fatti storici riguardanti le foibe e l’esodo dei giuliano-dalmati. Permangono alcuni fautori del negazionismo e del giustificazionismo intorno alla questione delle vittime delle foibe, ma sono fortunatamente una piccola minoranza.
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Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.



