Sul monte Sabotino ricompare la scritta “Tito”. Menia: «Va rimossa subito, è una grave offesa agli italiani»

di Cristina Di Giorgi
«È una grave offesa e un volgare sberleffo nei confronti dei goriziani e degli italiani». È chiaro e deciso il senatore Roberto Menia nel descrivere – in un’interrogazione presentata al ministro degli Esteri Antonio Tajani in cui chiede di rimuoverla – la scritta in pietra dedicata al maresciallo Tito recentemente restaurata che campeggia in un terreno sul versante del Monte Sabotino in territorio sloveno. Composta da lettere alte 25 metri e lunga in tutto circa 100 metri, è ben visibile anche da lontano e la sua presenza, seppure risalente a diverso tempo fa, continua a suscitare critiche e polemiche. Anche perché è volutamente rivolta verso l’Italia (in particolare verso Gorizia), che ben conosce, purtroppo, la violenza sanguinaria di Tito e dei suoi partigiani comunisti.
Oltretutto a breve, l’otto febbraio (due giorni prima del Giorno del Ricordo, in Italia dedicato alla memoria “di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”), si svolgerà la cerimonia di apertura di “Nova Gorica e Gorizia capitale europea della cultura 2025”, un evento al quale prenderanno parte rappresentanti delle istituzioni di varie nazioni. Un evento a cui – scrive Menia alla Farnesina – viene attribuito «grande risalto mediatico per i valori che esso dovrebbe incarnare. Per celebrare l’amicizia tra i popoli e il comune spirito europeo».
Proprio per questo la gigantesca provocatoria scritta “Tito” andrebbe eliminata, come peraltro è già stato più volte richiesto. Purtroppo però «le autorità slovene hanno più volte sostenuto che la scritta si trova su un fondo agrario privato e non rientra tra le loro competenze intervenire per rimuoverla» prosegue il senatore triestino, che alla memoria della tragedia delle foibe e dell’esodo ha dedicato molta parte del suo impegno politico (sua, tra le altre cose, la paternità della legge istitutiva del Giorno del Ricordo). Menia, inoltre, ricorda che nel 2025 ricorre l’ottantesimo anniversario dell’occupazione da parte delle armate jugoslave agli ordini di Tito delle città di Gorizia e Trieste (1 maggio – 12 giugno 1945), cui seguirono migliaia di infoibamenti e deportazioni. Anche per questo la scritta va rimossa subito e il senatore chiede al ministro Tajani di intervenire con urgenza nei confronti delle autorità della Repubblica di Slovenia affinché provvedano «a un doveroso atto di rispetto ed amicizia» nei confronti dell’Italia. E di giustizia per tutte le migliaia di persone per le quali quel nome continua a rappresentare mai dimenticate atroci sofferenze.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.


