San Girolamo, un santo dalmata nel cuore di Roma

di Roberto Amorosino

“Labor et gloria vita fuit mors requies” recita l’iscrizione sul ritratto funebre in altorilievo dell’arcivescovo Giovanni Sacco, che possiamo ammirare all’interno di uno dei gioielli più suggestivi e meno noti di una città, la nostra Roma, sempre più malinconicamente distratta e sciatta. Siamo nella chiesa di Sant'Onofrio che osserva la città dal Gianicolo. 

Giovanni Sacco morì nel 1505. Sei anni prima era stato vescovo di Ragusa, in Dalmazia. La tomba, situata accanto alla porta della sacrestia, è attribuita alla scuola di Andrea Bregno, artista rinomato a Roma tra il 1470 e il 1500, e collaboratore di Giovanni Dalmata detto anche Giovanni da Traù, altrettanto stimato per talento e opere. Una su tutte, l’imponente monumento funebre di Papa Paolo II nelle grotte vaticane.

Nel 1419 il Beato Nicola da Forca Palena acquista con l’elemosina un piccolo appezzamento di terra, che adibisce ad eremo, romitorio. Siamo sull’ottavo colle, poco più avanti dell’ospedale Bambino Gesù dove ogni giorno il cuore di tutti batte più forte.

Vent’anni e la chiesa è costruita, altri sette e la salita di Sant’Onofrio permette ai pellegrini di raggiungerla.
Il complesso è retto dai francescani francesi dell’Espiazione e la chiesa, di proprietà cardinalizia, è un punto di riferimento per l’ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. 

Si salgono i gradini lasciandosi alle spalle il pendio, il prato e il panorama mozzafiato a sinistra e il chiostro del convento a destra. Il portico è decorato dagli affreschi del Domenichino che raccontano la vita di San Girolamo, sacerdote e dottore della Chiesa, un itinerario terreno al servizio della Sacra Scrittura. Nato a Stridone, in Dalmazia, nel 347 da famiglia patrizia e cristiana, animato sin da giovane dalla passione per i classici pagani, i viaggi e le lingue più diverse. Vive in Gallia, a Costantinopoli, ad Antiochia. Conosce il greco, l’ebraico, il latino, il caldeo e il siriaco. 

Stridone, frazione del comune di Portole, un centinaio di chilometri a nord di Pola, abitanti sulle dita d’una mano, ora non più eredi della Serenissima e del patriarcato di Aquileia. Da papa Damaso, trentasettesimo della Chiesa di Roma, Girolamo accetta l’incarico di tradurre l’Antico Testamento in latino. Un compito che decide di portare a termine, tra digiuno e preghiera, in una grotta di Betlemme a un passo da quella di Maria e Giuseppe. 

Sant’Onofrio è una bellissima chiesa. A navata unica con cinque cappelle laterali e abside poligonale.
La caratteristica immediata è quella di una costruzione di transizione fra il tardo Medioevo e il Rinascimento barocco. Oltre al monumento funebre di Giovanni Sacco, spiccano le opere di maestri straordinari: il giovane Baldassarre Peruzzi, Annibale Carracci, Antoniazzo Romano e - per la decorazione superiore dell’abside con episodi della vita di Maria - il Pinturicchio. La cappella di San Girolamo ospita il monumento funebre a Torquato Tasso. Qui lo scrittore visse i suoi ultimi mesi. Appena fuori dalla chiesa, si erge saldo il tronco nero, sofferente e sorretto da un sostegno metallico, della quercia secolare dove Torquato amava sostare per riposare e respirare Roma ripensando spesso a un altro amore, Venezia, la città dove Gerusalemme, il suo poema eroico, cominciò a prendere forma con le prime 116 ottave. La battaglia contro la malattia, l’epilogo nel silenzio rotto dal rintocco cadenzato della campana del campanile nelle ultime ore di un giorno triste, il 25 aprile 1595. La stessa campana che molti anni dopo - 1849, giorni sacri della difesa della Roma repubblicana - Giuseppe Garibaldi rinuncia a sequestrare. «Non possiamo, non vogliamo forgiare nuovi cannoni con la campana che suonò per l’agonia del poeta».

È nel chiostro del convento, solitario e silenzioso, che possiamo incontrare Sant’Onofrio. Il portico presenta una serie di lunette affrescate dal cavalier d’Arpino («pictor unicus, rarus et excellens ac primarius et reputatus») e realizzate per celebrare il Giubileo del 1600 sotto Clemente VIII, al secolo Ippolito Aldobrandini. La storia si dipana lungo il perimetro: il monaco Onofrio, sulle orme di Giovanni Battista ed Elia, abbraccia lo stile perfetto. Anacoreta, eremita del V secolo, sessant0anni e più di vita essenziale nel deserto. Abiti consunti, a brandelli e infine i capelli che crescono a dismisura fino a coprirlo interamente, proteggendolo miracolosamente dal freddo della notte. Onofrio, in egizio “che è sempre lieto”, ancora oggi patrono dei tessitori. 

Girolamo - “padre della Chiesa e maestro d’amore” nelle parole di Papa Francesco che ha firmato la lettera apostolica “Scripturae Sacrae affectus” nel XVI centenario della sua morte - riposa a Betlemme nei pressi della Natività. Alcune delle sue reliquie sono nell’urna di porfido dell’altare papale di Santa Maria Maggiore. Onofrio e Torquato riposano invece con Giovanni Sacco e, nonostante la bellezza diffusa, sono pochi i luoghi di Roma dove si respira storia, silenzio e spirito in così egual misura.

A tal proposito, chiosa impareggiabilmente Giacomo Leopardi al fratello Carlo il 20 febbraio 1823: «La strada per andarvi è lunga, e non si va a quel luogo se non per vedere questo sepolcro; ma non si potrebbe anche venire dall’America per gustare il piacere delle lagrime lo spazio di due minuti? [..] Molti provano un sentimento d’indignazione vedendo il cenere del Tasso, coperto e indicato non da altro che da una pietra larga e lunga circa un palmo e mezzo, e posta in un cantoncino d’una chiesuccia. Io non vorrei in nessun modo trovar questo cenere sotto un mausoleo. [...]  Anche la strada che conduce a quel luogo prepara lo spirito alle impressioni del sentimento. È tutta costeggiata di case destinate alle manifatture, e risuona dello strepito de’ telai e d’altri tali istrumenti, e del canto delle donne e degli operai occupati al lavoro. In una città oziosa, dissipata, senza metodo, come sono le capitali, è pur bello il considerare l’immagine della vita raccolta, ordinata e occupata in professioni utili. Anche le fisionomie e le maniere della gente che s’incontra per quella via, hanno un non so che di più semplice e di più umano che quelle degli altri; e dimostrano i costumi e il carattere di persone, la cui vita si fonda sul vero e non sul falso, cioè che vivono di travaglio e non d’intrigo». 

Francesco Rismondo, l’Assunto di Dalmazia

Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.

Il vescovo Polesini torna a Parenzo

Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.

A Norma Cossetto

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