Pagine Strappate - Chi lo conosce l’esodo nizzardo?

Vespri
di Roberto Amorosino Non ho mai capito se è solo una nostra prerogativa strappare pagine al libro della storia patria… Dopo l’annessione alla Francia nel 1861, un quarto della popolazione di Nizza non esita: lascia la propria casa. Surreale sconfitta per una città che porta la vittoria - Nike - nel nome. Molti di più vorrebbero partire, ma ingoiano il rospo, soffrono le pene dell’inferno: la francesizzazione forzata, via le scuole, le strade, i nomi. Il signor Del Ponte diventa Dupont, Le Blanc quella che prima era la signora Bianchi. La scarpa infangata dell’oppressore schiaccia tutto: chiudono i giornali, le associazioni. Il patto è infame, il mandante la Francia di Napoleone III ma complice il Regno di Sardegna, che ottiene in cambio il riconoscimento francese delle annessioni nell’Italia Centrale.
Giuseppe Garibaldi
Photo by Hulton Archive/Getty Images
L’annessione alla Francia si fa suggellare dal plebiscito consultivo. Una farsa che non fa ridere, popolazione esclusa dal voto, minacciata, militari per le strade, brogli e francesi non residenti che si presentano al seggio. Schiuma rabbia la comunità italiana, soprattutto Garibaldi, il nizzardo più forte di sempre.
Testata Il Diritto di Nizza
Testata Il Pensiero di Nizza
Testata La Voce di Nizza
La repressione non fa sconti e cancella tutte le roccaforti d’italianità come Il diritto di Nizza, La voce di Nizza, Il pensiero di Nizza, tre testate giornalistiche, punte di un iceberg di cultura e appartenenza. “La voce” vive dal 1800, rinasce con i Vespri del 1871. Le ultime righe sembrano il messaggio di un manipolo assediato che ha finito le munizioni e non spera più nell’arrivo dei rinforzi: «Continuano gli arresti, la nostra redazione è dispersa, il commissario speciale è qui nei nostri uffici, siamo condannati a morte dagli arbitrii prefettizi. Deponiamo la penna, ma ritorneremo sulla breccia. Viva Nizza». Ah, i Vespri... Dopo la sconfitta francese contro i prussiani, la rivolta di popolo, tre giorni del febbraio 1871, conseguenza della voce forte dopo il voto per l’Assemblea nazionale con ventiseimila preferenze all’ideale italiano su ventinovemila votanti. Garibaldi stravince a Bordeaux, con il preciso mandato di abrogare il trattato che ha sancito l’infame annessione. Gli viene negato di profferire parola all’Assemblea, la ribellione è cruenta, Parigi deve inviare diecimila soldati per contenerla.
L’acronimo “INRI”, che riporta alla morte e poi alla risurrezione, campeggia sulle bandiere dietro le barricate nei giorni di lotta dei Vespri: I Nizzardi Ritorneranno Italiani. Ma la fine è ormai scritta. Il nostro eroe rassegna le dimissioni, la francisation accelera con pesanti pene per i rivoltosi e azzeramento di qualsiasi forma di espressione anche lontanamente riconducibile alla nostra storia e tradizione. L’irredentismo resta vivo sotto la cenere… L’ultimo sussulto è del 1942, con l’arrivo delle truppe italiane. Torna un quotidiano, Il Nizzardo, e una nuova amministrazione che parla italiano e d’Italia. Il giornale è diretto da Ezio Garibaldi, figlio di Ricciotti, nipote di Giuseppe. Sarà lui a portare a compimento il progetto di riportare Anita ai piedi dell’ottavo colle di Roma, dove tanto altro sangue italiano è stato versato “per il vincere più grande”. Ma è un sussulto effimero, concluso con i bombardamenti americani e lo sbarco alleato del 1944. Diceva Garibaldi nei giorni di Caprera: «Negare l’italianità di Nizza, è negare la luce del sole». Eppure Nizza rimane città immolata sull’altare della ragion di Stato. Non è la prima e non sarà l’ultima, come sappiamo purtroppo molto bene.

Francesco Rismondo, l’Assunto di Dalmazia

Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.

Il vescovo Polesini torna a Parenzo

Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.

A Norma Cossetto

Era il 4 di ottobre, forse il 5 di ottantatré anni fa. Di sicuro c’è che la ragazza aveva i polsi legati dal filo di ferro e fu costretta a forza, dopo giorni e notti di violenze subita dai partigiani titini, a raggiungere Villa Surani, il luogo del suo ultimo martirio.