Niccolò Tommaseo e la modernità. “Della bellezza educatrice”

di Carlo Piola Caselli
A Roma si è tenuto un convegno internazionale in suo onore, intitolato «Niccolò Tommaseo: civiltà e geografie», per i 150 anni dalla morte, avvenuta il 1° maggio 1874, promosso dalla Società Dalmata di Storia Patria e dal Comitato di Roma dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. Il convegno fa parte di un ciclo di tre incontri in tre diverse sedi: Zara e Sebenico il 17-18 ottobre 2024; Roma, il 4-6 dicembre 2024; il ciclo si concluderà in Venezia il 24-25 gennaio 2025: il tutto con la partecipazione del Comitato di Venezia Società Dante Alighieri, del Comitato di Zara Società Dante Alighieri, dell’Università di Zara Dipartimento d’italianistica, in collaborazione con l’Istituto Storico Italiano per l’Età Moderna e Contemporanea, di Roma, e il Museo Civico di Sebenico.
A Firenze, il 22 ottobre, gli era stato dedicato un altro convegno, organizzato dal Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux e dall’Accademia della Crusca (la quale ha come motto “Il più bel fior ne coglie”).
Tommaseo si allontana dal “vero” storico, per addentrarsi nel “vero” psicologico, nel crogiolo di idee che aveva già parzialmente espresse in vari saggi e recensioni a Giambattista Bazzoni, Carlo Varese, Falcetti e altri, oltre che nel racconto di introspezione psicologica Due baci, pubblicato nel 1831, sugli effetti del sentimento amoroso nel cuore di una fanciulla, ritenendo che la religione possa prevenire le occasioni del male e favorire gli affetti; una svolta radicale, ancorché rimasta senza seguito, non solo per la letteratura italiana, ma anche per se stesso.
Come sappiamo, la vita di Tommaseo, come anche quella di molti italiani del Risorgimento, è stata assai travagliata. Per lui, sia in vita che in morte, anche perché, essendo un grande italiano della Dalmazia, era lontano dalla madrepatria e ne ha subito quindi tutte le vicende irredentistiche, non conclusesi però con la Prima guerra mondiale, ma con uno strascico persino nella Seconda.
Un bel monumento a lui dedicato era eretto a Sebenico, sua città natale, inaugurato il 31 maggio 1896, frutto di una sottoscrizione popolare, malgrado tante resistenze da parte dell’Impero austro-ungarico. Era una statua in bronzo, opera dello scultore Ettore Ximenes, posta su una base in pietra d’Istria, in atto meditabondo, volto verso il mare che lo separava dall’amata Italia; in un assurdo fanatismo anti-italiano, nel 1945 è stato distrutto, benché nulla egli c’entrasse con le vicende di quell’epoca storica.
Nel 1833 era stata soppressa l’Antologia di Vieusseux, grazie anche a un suo scritto, per cui lo scrittore dalmata nel 1834 si era trasferito in Francia, trascorrendo alcuni anni a Parigi, Marsiglia, Nantes e infine in Corsica.
In quegli anni ha elaborato Della bellezza educatrice, libro pubblicato a Venezia nel 1838 «Co tipi del Gondoliere», il cui primo capitolo svolge il tema “Delle arti del bello visibile”; in seguito il titolo è stato mutato, nell’edizione di Felice Le Monnier, Bellezza e civiltà o delle arti del bello sensibile, studii, Firenze, 1857. Il medesimo editore veneziano ha pubblicato anche la prima stesura del suo famoso Dizionario Estetico, che verrà ristampato in seguito anche a Milano, nel 1860, e a Firenze nel 1867.

Tommaseo in Corsica ha scritto Fede e bellezza; nel 1839 è tornato in Italia; passando per Milano ha rivisto Manzoni, quindi si è recato a Venezia, dove nel 1840 questo suo romanzo è stato pubblicato anch’esso «Co tipi del Gondoliere».

Fede e bellezza è un romanzo nato in un periodo storico particolare, ossia quando Alessandro Manzoni ha già varato I Promessi Sposi e mentre Carlo Tenca, con La cà dei cani stava per dar vita all’antiromanzo; Tommaseo invece, secondo Gino Tellini, si è indirizzato verso territori nuovi.
Nel suo libro di poesie e frammenti di prose, Scintille, ha scritto, a proposito di Fede e bellezza, «opericciuola che non meritava né tanto onore né tanti strapazzi»: lo sminuisce, per un velo di pudore, poiché si tratta di confessioni, come del resto, la lingua batte dove il dente duole, nel suo Diario intimo. Giulio Cattaneo ha evidenziato i concetti di “peccato” e di “rimorso”, poi, analizzando l’opera di Francesco Dall’Ongaro, ha assimilato il caso di Matilde nella ballata La perla delle macerie a Fede e bellezza.
Sergio Pautasso, nel paragrafo “La narrativa romantica”, della Storia generale della Letteratura italiana, ha fatto un raffronto, tra lo scavo nella coscienza e il tormento del vescovo Zanobi, preso nei lacci dell’amore per Una serva di Tommaseo e le novelle in versi di Giovanni Prati. In Fede e bellezza c’è «lo sbocco del romanzo psicologico, a struttura diaristica e aperta», «perché racchiude in sé tutti i motivi del nuovo centrati sugli “affetti” rispetto ai “fatti” delle coordinate storiche». Gli “affetti” di Maria e Giovanni «con una lingua articolata nella varietà dei toni e conseguente ai diversi registri strutturali, calcolata negli effetti (…) Ma la costante letteraria … era troppo evidente e si poneva in stridente contrasto con gli indirizzi dell’epoca».
Ne è testo eloquente la memorabile stroncatura di Carlo Cattaneo, sul Politecnico, il quale, con le «sue critiche severe, esposte con rigore, documentate con una campionatura lessicale», ha evidenziato «la contraddizione di fondo (…); erano, sì, specchio del positivismo cattaneaneo, ma sia la sua posizione critica, sia la ricerca narrativa di Tommaseo erano in realtà portatrici di questioni più profonde». Cattaneo, attento alla lingua come veicolo formativo, non poteva accettare tale romanzo, per le scabrose contraddizioni in cui sono immersi i due protagonisti, ma al suo coerente rigore era sfuggita la coesione fra impianto autobiografico e andatura lirica, in funzionalità delle confessioni intime.
Se la misura stilistica di Fede e bellezza è assai distante dalla straordinaria polifonia de I Promessi Sposi, è rapportata all’interiorità, con la scrittura a farne da riflesso esteriore. «Il romanzo intimo, rispetto a quello storico, attenua l’idealità dei personaggi», infatti Tommaseo si è spinto all’interno dell’analisi e dell’introspezione, essendo il personaggio prima di tutto protagonista della propria storia, in chiave psicologica, alla ricerca del vero interiore, diremmo in una “macerazione” della bellezza, in un “distillato” di essa, in una “quintessenza”.
«L’ammirazione, per non parlare di devozione, verso Manzoni, non poteva però cancellare una diversa e fondata concezione della letteratura e dei suoi strumenti espressivi. Le radici tommaseane allignavano in un terreno situato agli antipodi di quello manzoniano», in cui il suo romanzo «è come l’avamposto, la punta più avanzata», non in senso polemico ma come novità nel panorama narrativo romantico, rispetto a I Promessi Sposi che sono del 1827.
Il romanzo di Tommaseo ha avuto all’inizio poca fortuna (in seguito maggiore ma non elevatissima), non solo per le severe parziali critiche di Cattaneo e per la mancanza di alcune componenti essenziali per la cultura letteraria di quel periodo, poiché ad oscurarlo ancor di più è stata l’uscita, proprio nel 1840, della nuova edizione de I Promessi Sposi.
Aldo Borlenghi ne ha analizzato la genesi, dalla prima stesura alla seconda edizione, con correzioni che ne attenuavano le arditezze, avendola emendata a fini pedagogici e religiosi, fino all’edificante edizione del 1852 che vi aveva dato un’ampiezza compositiva e stilistica diversa. Tuttavia, benché Tommaseo ne avesse modificato il testo, a seguito di una mutata visione morale e religiosa maturata in lui, una pietra miliare della letteratura rimane proprio la prima versione.
Stile quindi in grande anticipo sui tempi, per cui la fortuna di Fede e bellezza è stata postuma: la sua sommessa riscoperta novecentesca, grazie a Benedetto Croce, ne La letteratura della nuova Italia, ha avuto dei critici assai più sensibili allo sperimentalismo linguistico, Carlo Bo (introduzione a Due baci ed altri racconti, 1943), Gianfranco Contini (Progetto per un ritratto di Niccolò Tommaseo, «La Fiera Letteraria», 2-9 aprile 1947), Borlenghi (La questione di Fede e Bellezza, «Fra Ottocento e Novecento», 1955), Giacomo Debenedetti (N. Tommaseo. Quaderni inediti (1958-1960), quindi postumo), Mario Puppo (Sulle edizioni di Fede e bellezza, in «Tommaseo prosatore», 1975).
Nel nostro «Cantiere della Bellezza» non possiamo non mettere anche le varie voci del Nuovo Dizionario dei Sinonimi della lingua italiana di Tommaseo, che sono, 556, Bellezza, Leggiadria (attingendo a Gatti, Petrarca, Polidori): 557, Bellezza, Vaghezza, Belluria (Dante, provenzali, Cioni e Meini); 558, Imbellire, Rimbellire, Abbellire, Rabbellire, Riabbellire (Esp. Paternostro, Guittone, Boccaccio, Salvini, Albertano, Dante, Segneri, Poliziano, Salviati); 559, Abbellarsi, Abbellirsi (Capponi). Tralasciamo tutte le altre voci, anch’esse componenti della bellezza: Bellino, Bellone, Belluccio, Belloccio; Bello, Avvenente; Bello, Vago; Bello, Leggiadro, Elegante, Venusto, Gentile, Galante; Elegante, Lindo, Attillato, Galante (del vestire); Elegante, Colto, Puro, Bello (del parlare); Elegante, Pura, Bella (locuzione); Elegante, Leggiadro, Bello, Venusto, Colto, Puro, Forbito, Terso, Ornato (dello stile); Squisitezza, Squisitudine; in senso rafforzativo, Bell’e ito!, Bell’e fatto!, Bell’e morto!.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.


