Metz Yeghern, il Grande Male degli armeni

Armeni

di Marco Cimmino

Il male è banale: perfino scriverlo, dopo il lavoro della Arendt, può apparire banale.
Tuttavia, il male ritorna, persevera, si ripropone con nuovi volti e nuove malizie, pur mantenendo sempre vivo un filo rosso che collega male a male, tragedia a tragedia. Per questo, ricercare questo filo rosso, andare come pellegrini nella storia del nostro continente, non è operazione capziosa: serve a noi, per non dimenticare, e ai più giovani, per finalmente sapere.

Dunque, partiremo da lontano, per osservare come il dramma delle Foibe e dell’Esodo sia uguale a tanti altri drammi, che hanno colpito genti diverse, in momenti diversi e per gli stessi motivi. L’importante è sapere che non c’è niente di unico in quel che è toccato alla popolazione giuliana, istriana, dalmata, ma che si è trattato del solito male: sarà anche banale, ma è vero.

Dunque, il primo fenomeno di cui ci occupiamo è Metz Yeghern, il Grande Male: l’olocausto che colpì il popolo armeno, durante il Primo conflitto mondiale.
Gli Armeni erano sudditi dell’Impero ottomano: un’enclave di cristiani nell’enorme mondo musulmano della Sublime Porta. Ma non erano solo fedeli di un’altra religione: erano anche intraprendenti e intellettualmente vivaci, tanto che coprivano spesso ruoli importanti nella società ottomana. Va da sé che questa loro diversità, unitamente all’invidia suscitata dal loro frequente successo, fosse l’inevitabile detonatore di un’ostilità sempre maggiore, da parte della componente turanica dell’establishment ottomano.
Le prime avvisaglie della crisi erano già apparse sul finire del secolo XIX, con i cosiddetti “eccidi hamidiani”, ma il peggio doveva ancora venire: e sarebbe stato determinato non da odi atavici e scontri etnico-religiosi, come sotto il sultano Hamid, ma dal modernismo che animava i Giovani Turchi, che avevano preso il potere nel 1908 e avevano iniziato una modernizzazione sociale e politica dell’impero, alla luce del pensiero scientista e positivista. Animati com’erano da un feroce nazionalismo e convinti che, all’interno della loro visione di Stato-organismo, gli Armeni rappresentassero una sorta di virus o di metastasi, si limitarono ad attendere il momento buono per farla finita con la minoranza cristiana: in altre parole, gli anticorpi erano già pronti, ma mancava l’occasione per metterli in azione.
Questa occasione fu determinata dalla Grande Guerra: le guerre sono, da una parte, un poderoso detonatore per gli olocausti e, dall’altra, lo schermo dietro cui i peggiori delitti possono essere nascosti, distorti o camuffati, con la scusa delle difficoltà legate al conflitto. Insomma, la guerra è il terremoto che avvia lo scontro fra le zolle tettoniche, se vogliamo fare un parallelo tra la geologia e la storia del genere umano.
Dunque, mentre la guerra accentuava la crisi del già periclitante impero ottomano, i Giovani Turchi preparavano la loro soluzione del problema armeno: aizzavano la popolazione, addestravano i carnefici, progettavano lo sterminio.
Nel 1915, Metz Yeghern divenne realtà: si cominciò con delle violenze sparse, mascherate da iniziative spontanee del popolo turco contro gli estranei armeni, ma poi la cosa assunse il carattere di un’eliminazione sistematica.
Cominciarono le marce verso il nulla, in cui centinaia di migliaia di Armeni, uomini, donne e bambini, furono avviati verso il deserto della Siria, per essere lasciati morire di stenti e di malattie. Fu una strage immane, che costò la vita a un numero enorme di Armeni: probabilmente, un milione e mezzo di loro morirono, durante la Prima guerra mondiale. E tutto venne tenuto nascosto al sensibile Occidente: le poche testimonianze, scritte o fotografiche, si devono a soldati o diplomatici tedeschi e austriaci, che, spesso, assistettero orripilati ai massacri: Wegener, Max Von Scheubner Richter, Franz Werfel. Werfel, nel 1933, raccontò l’olocausto armeno nel suo romanzo più celebre: I quaranta giorni del Mussa Dagh. Scheubner Richter, invece, tra i fondatori del Nazionalsocialismo tedesco, probabilmente parlò a Hitler dell’esperienza ottomana, dandogli un’idea che avrebbe avuto un seguito terrificante.

A oggi, la Turchia, figlia proprio dei Giovani Turchi Mustafa Kemal e di Enver Pascià, continua a negare il genocidio armeno: anzi la “questione armena”, come viene definito l’olocausto tra i Turchi. Questo prova che non è solo il male a essere banale, ma anche la sua negazione: tutti gli olocausti sono stati nascosti sotto il tappeto, dai popoli che li hanno messi in atto. Ma per fortuna la storia, alla lunga, prevale sulla menzogna. E quel filo rosso di sangue appare evidente a quasi tutti: lo ignorano solo i ciechi e le persone in malafede.

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