L'Intervista a Marino Micich

Marino Micich: «Rimane molto da fare, ma il bilancio è positivo»
(foto: a sinistra G. Stelli, dietro M. Micich)
Marino Micich, saggista storico, direttore dell’Archivio Museo storico di Fiume - Società di Studi Fiumani, e Giovanni Stelli, storico presidente della Società di Studi Fiumani - Archivio Museo Storico di Fiume a Roma e direttore di Fiume. Rivista di studi adriatici, avevano già collaborato alla stesura di Foibe, Esodo, Memoria. Il lungo dramma dell’italianità nelle terre dell’Adriatico orientale (Aracne 2023). Ora sono in libreria con un libro scritto a quattro mani, Perché il Giorno del Ricordo. La frontiera giuliana dai conflitti del passato al dialogo europeo, per lo stesso editore Aracne.
Che bilancio possiamo fare a vent’anni dall’istituzione della legge?
Il nostro libro racconta la genesi del Giorno del Ricordo e l’eccezionale condivisione che ci fu da parte di quasi tutti i parlamentari. Il bilancio è tutto sommato positivo, ma rimane molto da fare soprattutto nel mondo della scuola. Ci sono ancora molti muri ideologici da abbattere nella categoria dei docenti di Storia e Filosofia, ancora fermi a vecchie considerazioni di tipo ideologico.
Parlando dell'Esodo degli italiani dalle terre dell’Adriatico Orientale, nella prefazione, il professor Oliva specifica che «quella era casa loro». Troppo spesso, invece, quando si parla di Foibe ed Esodo, si cerca pretestuosamente di far passare come dato di fatto la presenza “da occupanti” di istriani, fiumani e dalmati in terre da sempre slave. Qual è la verità?
La verità storica racconta che le terre giuliano-dalmate erano popolate da una maggioranza italiana e che la civiltà latina e poi italiana predominava da almeno duemila anni a Pola, cosi come a Fiume e quindi a Zara o a Spalato. L’elemento slavo giunse in quei territori qualche secolo più tardi, predominando poi solo in alcune zone interne di quei territori. Dopo il 1945 il regime comunista jugoslavo di Tito innescò, utilizzando la politica del terrore con le uccisioni nelle foibe, un radicale mutamento degli equilibri etnici dando il via all’esodo di circa 300.000 istriani, fiumani e dalmati.
Un evento che non viene mai ricordato, ma che aiuterebbe a far capire la complessità dei rapporti tra le due popolazioni, è quello del primo Esodo, quello dei dalmati dopo la fine della Prima guerra mondiale...
L’esodo dei dalmati italiani avvenuto dopo la Grande Guerra è stato purtroppo premonitore del grande esodo italiano avvenuto dopo il Secondo conflitto mondiale. Il nazionalismo jugoslavo, sostenuto per vari motivi strategici da inglesi e francesi, ha molte responsabilità nei confronti dell’etnia italiana di quei territori.
Prima dicevamo che quando venne votata la legge istitutiva del Giorno del Ricordo, la stragrande maggioranza del Parlamento si espresse a favore. Perché adesso, a distanza di vent’anni, diverse sacche di giustificazionisti sembrano volere un ritorno indietro di mezzo secolo?
Nonostante il voto favorevole della legge 92/2004 e i nuovi studi sull’argomento, in effetti da qualche anno hanno ripreso in qualche modo fiato le vecchie interpretazioni sul tema dell’Esodo e delle Foibe, inventate a suo tempo dalla storiografia comunista jugoslava e riprese acriticamente da quella italiana. Il motivo è puramente ideologico e strumentale, in quanto chi nega o giustifica le foibe lo fa pensando sia a una rivalutazione dei metodi rivoluzionari e di governo dei regimi comunisti non solo jugoslavo ma dell’Est europeo in genere, e sia per scaricare sul fascismo ogni tipo di responsabilità su quelle violenze. Stelli nel libro spiega bene queste dinamiche interpretative riguardo le foibe e io penso di aver spiegato quelle legate al triste fenomeno dell’esodo. Il libro poi, nella terza parte, vuole far conoscere i risvolti positivi legati alla legge del Giorno del Ricordo tra cui la politica del dialogo culturale con le terre di origine e la riscoperta dei valori e dell’importanza della civiltà italiana della frontiera giuliana.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.


