Le conseguenze della “Vittoria Mutilata”

di Maria Ballarin
L’intransigenza di Francesco Giuseppe nell’opporsi alla richiesta del Governo italiano di ottenere le compensazioni territoriali, previste dall’articolo 7 della Triplice Alleanza, spinse il ministro degli esteri, Sidney Sonnino, a presentare le stesse alle nazioni dell’Intesa (Francia, Inghilterra, Russia), nel marzo del 1915. Con il patto segreto di Londra del 26 aprile 1915, in cambio della sua alleanza, l’Intesa promise all’Italia, alla fine del conflitto, l’annessione del Trentino, dell’Alto Adige, di Trieste, della contea di Gradisca e di Gorizia, dell’intera Istria insieme alle isole, della Dalmazia tutta, esclusa Fiume.
La questione più importante per il Governo italiano riguardava, senza dubbio, il dominio dell’Adriatico, la cui importanza non poteva essere lasciata nelle mani dell’Austria.
In quella stessa primavera, prese vita il Comitato degli Slavi del Sud, che aveva come scopo l’unificazione degli slavi meridionali e che, alla fine della guerra, si presentò alle trattative di pace come Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.

Il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra e il giorno precedente, a Trieste, andarono in fiamme la sedi della Lega Nazionale, della Società Ginnastica Triestina e del Giornale “Il Piccolo”, simboli dell’italianità della città.
Furono 100mila i soldati italiani d’Austria mandati al fronte, sulla linea più orientale della Galizia (in Europa centro-orientale). Almeno mille disertarono, consegnandosi ai comandi italiani, tra cui nomi illustri quali lo Slataper, i fratelli Stuparich, Nazario Sauro, Fabio Filzi, quest’ultimi due giustiziati dai tribunali militari asburgici.
Com’è noto, il conflitto, per l’Italia, si concluse il 3 novembre 1918 con l’Armistizio di Villa Giusti e le truppe italiane occuparono tutti i territori promessi dal Patto di Londra. Al tavolo delle trattative di Versailles il nostro Paese pretese il rispetto del Patto e chiese anche la città di Fiume, cosa che le venne negata. Nel novembre del 1920, a Rapallo, i Governi italiano e del nascente Regno Jugoslavo fissarono i confini: l’Italia ottenne la quasi totalità della Venezia-Giulia, senza Fiume e rinunciò a tutta la Dalmazia, in favore del Regno dei Serbi , Croati e Sloveni, tranne Zara e Lagosta.
L’opinione pubblica nazionale accolse male tale “mutilazione”, che vide un primo esodo di ventimila italiani dalla Dalmazia, pressati dall’ostilità degli Slavi.
In compenso, D’Annunzio, con la sua impresa di Fiume, iniziata nel settembre 1919 e conclusasi rovinosamente nel gennaio 1921 sotto le cannonate del governo Giolitti, contribuì all’assegnazione della città al Regno d’Italia, il 27 gennaio 1924, mentre l’entroterra e il porto Barros andarono al Regno di Jugoslavia.
La presenza delle minoranze etniche slovena e croata entro i nuovi confini portò a tensioni assai forti, sfociate nel luglio del 1920 nell’incendio dell’Hotel Balkan a Trieste, sede delle associazioni slovene. L’amministrazione italiana si mostrò impreparata ad affrontare con equilibrio i problemi legati alla gestione delle minoranze presenti nel suo territorio, mentre quella del “fascismo di confine” acuì le tensioni.
Con spirito di rivalsa alla slavizzazione nelle scuole, nel pubblico impiego e nella stampa «senza riguardo alcuno» contro gli elementi italiani voluta dal Kaiser Francesco Giuseppe nella seconda metà dell’Ottocento, vennero proibiti l’uso della lingua slovena nell’amministrazione, nei tribunali, nelle scuole, nelle funzioni religiose e anche nella vita pubblica, imposizioni fatte valere anche con multe o violenze. Venne sciolta l’Edinost, società costituita a tutela della minoranza slovena e l’omonimo giornale, insieme a centinaia di altre associazioni culturali, ricreative, educative.
Nel tentativo di rimediare all’operato dei parroci slavi, che nel XIX secolo alterarono frequentemente i cognomi italiani nei documenti battesimali, molti di questi vennero “italianizzati”. Per contro, a partire dal 1924, operò a Trieste e nell’entroterra carsico il TIGR ( Trst, Istra, Gorica, Reka), il più importante gruppo clandestino nazionalista e antifascista sloveno, appoggiato segretamente dal regno jugoslavo, che compì numerosi atti di terrorismo contro caserme, trasporti, scuole, asili e anche rivolte armate e omicidi. Il Tribunale speciale per la difesa dello Stato condannò a morte tra il 1929 e il 1930 alcuni attivisti riconosciuti colpevoli di gravissimi delitti.
Nonostante tali tensioni, in tutta la regione i rapporti sociali tra i singoli cittadini di diverse etnie, spesso suggellati da matrimoni, continuarono a essere ispirati da una reciproca accettazione e tolleranza. A livello diplomatico, invece, le buone relazioni instauratesi tra Italia e Regno di Jugoslavia nel primo dopoguerra andavano incrinandosi, sia per quanto riguardava la sfera d’influenza in Albania, ma soprattutto per l’appoggio dato dal nostro Paese alle mire separatiste del nazionalista croato Ante Pavelic. Il fragile equilibrio raggiunto alla fine della Prima guerra mondiale stava per sgretolarsi e non solo nella Venezia Giulia.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.


