L’angelo delle foibe Arnaldo Harzarich, oltre il dovere fino alla verità

di Silvia Luscia
Un uomo che accende un filo di speranza, di pietà perduta e squarcia con un raggio di luce il buio in cui gli uomini si sono persi.
(D. Messina, Italiani due volte, 2019)
Arnaldo Harzarich (Pola, 3 maggio 1903 – Merano, 22 aprile 1973) è stato un maresciallo di terza classe del 41° Corpo dei Vigili del Fuoco Italiani di Pola, divenuto noto per il suo ruolo nel recupero delle vittime delle foibe quando, dopo l’8 settembre 1943, l’Istria fu teatro di scontri e violenze contro la popolazione di lingua e tradizione italiane da parte dei partigiani jugoslavi.
Il 16 ottobre 1943 il Comandante dei Vigili del Fuoco di Pola, l’ing. Gaetano Vagnati, incaricò Harzarich di esplorare alcune foibe in cui, in base alle testimonianze locali, si presumeva fossero stati gettati numerosi italiani scomparsi, dopo essere stati prelevati dalle loro abitazioni per mano titina. Con la propria squadra offertasi volontariamente, insieme a un rappresentante della Procura, a un medico e a un sacerdote e la presenza di una scorta armata fornita dalla Polizia italiana o dai tedeschi, per difendersi dai partigiani titini, contrari all’operazione, il maresciallo Harzarich operò in condizioni estremamente difficili, spesso sotto minaccia proprio da parte dei partigiani slavi, per recuperare i corpi delle vittime oltre che per documentare con relazioni e immagini tutto il suo operato.
L’azione della squadra di Harzarich venne appositamente osteggiata dai partigiani proprio perché avrebbe consegnato alla Storia la verità di queste azioni che oggi definiamo “crimini di guerra” e che continuarono anche a guerra finita contro un’etnia specifica che venne politicizzata a prescindere dalla propria ideologia, in quanto vennero infoibati anche partigiani italiani.
Tra l’ottobre del 1943 e il febbraio del 1945 Harzarich riuscì a recuperare 204 salme dalle foibe e altre 46 da cave di Bauxite e pozzi per un totale di 250 vittime a cui si poté dare degna sepoltura, dignità, un nome a 209 di loro identificate e una storia non più cancellabile e obliabile.
Tra queste vittime vi era anche Norma Cossetto, violentata e infoibata nella notte tra il 4 e il 5 ottobre 1943 e di cui il maresciallo ebbe il pudore di non fotografare il corpo deturpato. Proprio sulla mancata fotografia, nonostante la presenza documentale dei verbali firmati e controfirmati del ritrovamento, che di seguito riporteremo a beneficio di lettori, si scatenò il revisionismo, anche di una parte di certa sinistra italiana vicina al titoismo, che indicò come “leggenda” la morte di Norma Cossetto.
Proprio nel giugno 1945 Harzarich presentò una dettagliata reazione alle autorità alleate descrivendo le operazioni di recupero e documentando le atrocità commesse dai titini. Questi documenti sono oggi presenti sia presso l’Archivio dello SME (Stato Maggiore dell’Esercito), sia presso l’Archivio dell’Istituto regionale per la storia del Movimento di Liberazione di Trieste (Deposizione del Maresciallo Arnaldo Harzarich rilasciata ai servizi americani, 1945) e qui riportiamo la sezione relativa al recupero presso la foiba di villa Surina, dove venne rinvenuto il corpo di Norma Cossetto:
Foiba di SURANI ( 65 A-H867275)
(Profondità metri 135)
- Estrazione delle salme e identificazione
11 e 12 dicembre ’43. Personale:
- Maresc. HARZARICH
- Vigile GIACOMINI
- Vigile BUSSANI
- Vigile SABATI Giulio del Distretto di Parenzo
- Vigile TAMBURINI Giuseppe
Autorità presenti:
Dr. D’ALESSANDRO, Pretore di Parenzo
Podestà di Parenzo
Podestà di Antignana
1 Giudice del tribunale di Pola
Parroco di Parenzo
Parroco di Antignana
1 medico
Scorta: 40 militi del Presidio di Antignana comandati dal Tenente GIANNOTTI Gino di Trieste.
Solita attrezzatura
Le salme che si recuperano dopo duro lavoro sono 26 – Ecco il nome dei riconosciuti:
- De Caneva Giovan Battista, di anni 37, padre di due figli. Milite forestale di Parenzo. L’interrogato non è al corrente dei suoi spiccati sentimenti fascisti o di altri speciali motivi che possano aver influito sulla tragica sorte.
- Valenti Maria di Villanova di Parenzo (sconosciuto ogni altro particolare). Il medico presente all’estrazione assicura che la donna, prima dell’uccisione, è stata posseduta con la forza.
- Sciortino Ada, vedova Mechis, di anni 40, insegnante, di Castellier (S. Domenica di Visinada). Anch’essa presenta segni di violenza. Non è difficile notare ciò anche dallo stato dei suoi abiti, lacerati solamente in determinate parti.
- Dott. Callegari Virginio da Parenzo, di anni 62, possidente e padre di 4 figli.
- Dapretto Giorgio, di anni 51, commerciante di Parenzo, padre di due figli.
- Vincenzo Domenico, di anni 51, di Parenzo, Bidello, padre di 4 figli.
- Cueli Giovanni, di anni 53, insegnate, padre di 4 figli.
- Petracchi Torquato, di anni 49, Maresciallo Comandante CC.RR. di Parenzo, padre di 1 figlio.
- Deareo Antonio, fu Candido, di anni 60, agricoltore, padre di tre figli, da Villanuova di Parenzo.
- Barbo Candido, fu Pietro, di anni 41, canteniere, padre di 1 figlio, di Villanuova di Parenzo.
- Paoli Giacomo, fu Carlo, di anni 39, fabbro, da Villanuova di Parenzo.
- Paoli Giuseppe, fu Carlo, di anni 44, fabbro, padre di tre figli – fratello del precedente- da Villanuova di Parenzo.
- De Stallis Vittorio, di anni 64, agricoltore, padre di 5 figli, da Villanuova di Parenzo.
- Braico Mario, da Villanuova di Parenzo.
- Apollonio Giorgio, di anni 63, da Orsera.
- Poli Luigi, di anni 28, impiegato, padre di 1 figlio, da Copodistria.
- Cossetto Norma, di anni 24, professoressa. Da Santa Domenica di Visinada. Detenuta dai partigiani di Tito nella ex caserma dei CC.RR. di Antignana, viene fissata ad un tavolo con legatura alle mani e ai piedi e violentata per tutta la notte da 17 aguzzini. Viene poi gettata in foiba (notte tra il 4 e il 5 ottobre ’43) con un pezzo di legno conficcato nei genitali. L’esecuzione della Cossetto è motivata dal fatto che, ricercato il padre, fascista, e non trovato, venne arrestata lei al suo posto. Più tardi anche il padre viene arrestato e ucciso (vedi foiba di Tregelizza[1]).
- Posar Antonio, di anni 71, capo operaio in pensione. Da S. Domenica di Visinada.
- Cossetto Eugenio, di anni 54, pensionato. Fratello del padre di Norma Cossetto.
- Ferrarin Antonio, di anni 51, pensionato. Da S. Domenica di Visinada.
Il 10 febbraio 2021 G.A. Stella, per la pagina “Cultura” del Corriere.it, aveva raccolto anche altre testimonianze di alcuni genitori i corpi delle cui figlie furono ritrovati da Harzarich, come nel caso di Antonio Radecchi di Pola, a cui i partigiani comunisti infoibarono le tre figlie Albina, Caterina e Fosca di 21, 19 e 17 anni, ree di aver parlato con i militari italiani al rientro dal lavoro.
Dopo la guerra, a causa delle tensioni politiche e delle minacce ricevute, Harzarich fu costretto all’esodo presso Merano dove continuò a operare come Vigile del Fuoco. Le minacce e i tentativi di ucciderlo anche su suolo italiano riguardavano ovviamente il suo lavoro documentale oltre che il recupero dei corpi, ma i titini lo accusarono falsamente di essere un “rastrellatore di partigiani”. Si è indicato “falsamente” proprio perché il regolamento dei Vigili del Fuoco, in vigore durante l’attività di Harzarich, non prevedeva ruoli attivi in azioni anti-partigiane, e mai questi Corpi furono coinvolti in azioni di tal genere. Inoltre, come riportano E. Marchionne e S. d’Angiolino, autori di una sua biografia, egli «fu accusato falsamente da una lettera anonima di aver partecipato al rastrellamento di partigiani: accusa assurda perché i militari tedeschi che lo accompagnavano durante il recupero delle salme erano lì solamente per garantire la sicurezza dei soccorritori da eventuali attacchi dei partigiani titini, contrari al fatto che venissero portate alla luce le prove delle loro nefandezze, e non certo per rastrellare partigiani. Infatti, senza la scorta armata (oltre a medico e sacerdote) le ricerche non avrebbero potuto avvenire e, se la scorta fosse stata ritirata per qualunque ragione, sarebbero state sospese».
La nipote Sara Harzarich, in una lettera al periodico Avvenire poi pubblicata da arcipelagoadriatico.it, in risposta a un articolo di Lucia Bellaspiga del 6 gennaio 2018, così ricorda il loro “veloce” esodo: «Siamo andati via con lo zio con tanta angoscia nel cuore. […] Erano tempi in cui gli italiani venivano rastrellati in casa e sparivano nel nulla. Solo molto tempo dopo abbiamo saputo che lo zio era stato aiutato a fuggire da Pola dai Servizi Segreti del Governo Militare Alleato che comandava Pola, perché l’Ozna lo stava cercano per ucciderlo e aveva posto una taglia di 50.000 lire per averlo vivo o morto. Dell’esistenza delle foibe come luoghi di sterminio non si doveva sapere e invece lui, con il suo coraggio e quello dei suoi commilitoni del 41° Corpo dei Vigili del Fuoco di Pola, aveva fatto sì che i crimini dei comunisti titini venissero scoperti».
Oggi possiamo dire che la sua fu dedizione nel restituite dignità alle vittime delle foibe, una dedizione che gli valse il soprannome di “angelo delle foibe” e l’odio titino.
La sua opera ebbe un seguito nel novembre 1945, quando la Polizia Civile della Venezia Giulia in collaborazione con i Vigili del Fuoco, con i cercatori di bombe e mine e con gli speleologi del “Comitato recupero salme di persone infoibate”, procedettero al recupero di ulteriori corpi dalle foibe. Dal 21 novembre 1945 al 23 aprile 1948, si eseguirono 71 esplorazioni anche in grotte poco profonde che non possono essere annoverate come foibe. Comunque, in tutti questi luoghi i Vigili del Fuoco riuscirono a recuperare ulteriori 464 corpi, anche se mancavano all’appello ancora molte cavità non esplorate.Nonostante la sua memoria sia stata onorata recentemente grazie all’Unione degli Istriani, dal sito ufficiale dell’ANVF che ha curato uno studio specifico a cura di E. Marchionne e S. d’Angiolino , al Centro Documentazione Multimediale della Cultura Giuliana – Istrana – Fiumana e Dalmata a istoria.it e a Istrapedia, nonostante il suo impegno sia stato commemorato in diverse occasioni, tra cui le cerimonie a Pagnacco e a Udine, manca ancora una caserma dei VVFF in Italia a lui dedicata, che sarebbe un reale passo avanti nel lungo cammino del Ricordo, perché, come hanno sostenuto Marchionne e d’Angiolino , «in quella tragica realtà alcuni uomini hanno avuto la forza d’animo di reagire, di credere che tutto non fosse finito: tra questi, i Vigili del Fuoco e il maresciallo Arnaldo Harzarich di Pola. Loro hanno rappresentato i sentimenti di umanità e di fratellanza che si erano persi, la luce che ha illuminato e dissolto il buio delle barbarie. E tutto a rischio della propria vita, riportando anche ferite psicologiche, mai rimarginate, per le scene orrende a cui hanno dovuto assistere. La loro abnegazione e il loro sacrificio merita la nostra ammirazione e la riconoscenza di tutto il Paese, incondizionata e imperitura».
[1] Le salme della foiba di Treghelizza Castellier (S. Domenica di Visinada) furono recuperate il 16 novembre 1943, un mese prima rispetto a quelle di Villa Surani. Si trattava del padre di Norma Cossetto e di Bellini Mario, genero del Cossetto. I due, mentre giravano di comando in comando per rintracciare Norma, furono arrestati e gettati nella foiba con i polsi legati insieme.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.


