La penna di Sara

di Roberto Amorosino
«Il modo di sentire, le illusioni, la ricerca, la fatica nell’esprimersi e l’inevitabile scoraggiamento che affronta chiunque scriva». Maestro Buzzati, siamo in sintonia totale. Penso alla passione e alla determinazione di Carolina per difendere le sue idee con la sua penna. Attacco, parata e risposta sulla pedana della vita.
Giornalista, scrittrice e poetessa, commediografa, educatrice e autrice di commedie per ragazzi, traduttrice e conferenziera. E prima patriota. Carolina Sabbadini è Sara per la sua comunità, è triestina come papà Isach, mamma è mantovana. Cresce bene e con lei cresce il sentimento sociale e politico, in una parola l’italianità. Lascia Trieste per Gorizia, sposa Salomon Girolamo Luzzatto Coen, grande amore e suo primo lettore.
Casa è modesta, ma bene così, conta solo quel vibrare di idee e l’impeto del nero su bianco. Sembra più un centro culturale per giovani intellettuali e per chiunque (seppur di passaggio per il capoluogo dell’antica contea) si ritrova nella mischia. Scrive per Il Piccolo, La Giovane Trieste, La Patria del Friuli, Pagine Friulane. Scrive e, giocoforza, rischia. Le autorità austriache chiudono un giornale dopo l’altro. Chiude L’Isonzo di cui è redattrice. Chiude Il Corriere di Gorizia – siamo nel 1883 – di cui è direttrice. Eh già, perché Carolina Luzzatto è la prima donna italiana a dirigere un giornale.
La sua penna punge e accarezza. Dalla cronaca alle fiabe, ai racconti per fanciulli a carattere pedagogico. L’educazione dei più piccoli conta più di tutto il resto. Il senso del dovere, la carità, la fratellanza, l’onestà e l’amor di patria. E tra i giovani soprattutto le ragazze. L’educazione non è mai repressiva, ma aperta a inclinazioni e aspirazioni sul solco mazziniano. Scrive di teatro, compone poesie, ma è il giornalismo che la mette al centro dell’attenzione di amici (e avversari) del movimento nazional-liberale della sua terra.
Chiude un giornale: pazienza, se ne fa un altro. Dirige L’Imparziale, fonda Il Raccoglitore, collabora con la rivista La Donna che perora l’emancipazione, riapre Il Corriere di Gorizia che arriva impavido fino a ridosso della Prima guerra. Si firma “Arcolani”, anagramma del suo nome, e “Giusto Lando di Valdarsa”, richiamo all’Istria valacca.
Una vita, colma di tragedie familiari fino all’inverosimile, al servizio di scelte scomode e mai egoiste. Una vita per la scrittura, scrive a vent’anni, scrive di più quando i vent’anni sembra di non averli mai avuti.
E così alle soglie degli ottant’anni, surreale ma vero, Carolina viene arrestata. L’Italia è in guerra dal maggio 1915, sei mesi dopo è dietro le sbarre del carcere di Göllendorf. L’accusa: sostegno alla causa nemica attraverso scritti di propaganda. Le autorità evidentemente sbandano.
La prigionia è pesante e non può non segnare un fisico fiaccato da età e tante battaglie. Solo a vittoria vicina, riesce a trovare un ospedale militare prima e ritrovare la libertà poi.
È a Trieste il 4 novembre 1918 quando l’Audace attracca al molo San Carlo (da quel giorno, molo Audace) con a bordo i nostri bersaglieri.
È a Gorizia, redenta e bella come una sua poesia, il 24 gennaio dell’anno dopo quando poggia la penna sul comodino vicino al letto nella camera degli ospiti di sua figlia Cornelia, l’ultimo amore:
«Scrivi, ti prego. Due righe sole, almeno, anche se l’animo è sconvolto e i nervi non tengono più. Ma ogni giorno. A denti stretti, magari delle cretinate senza senso, ma scrivi». Sono certo che Carolina sarebbe andata d’accordo con Dino Buzzati.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.


