Il triestino Bruno Zelich con lo Scirè per sempre

Foto di Bruno Zelich

di Roberto Amorosino

Il Capitano di Corvetta Bruno Zelich (Trieste 30 ottobre 1903 - Haifa, 10 agosto 1942) è il protagonista della pellicola cinematografica  Alfa Tau!, regia di Francesco De Robertis. Interpreta il ruolo del comandante del sommergibile “Enrico Toti”. Il film viene presentato alla Mostra di Venezia poche settimane dopo la tragica scomparsa del Comandante Zelich. 

LO SCIRÈ 

Scirè è il nome di una regione dell’Etiopia. Ha dato il nome a una cruenta battaglia, ma anche a un sommergibile della Regia Marina: quattro anni vissuti pericolosamente, dal varo del 6 gennaio 1938 all’inabissamento del 10 agosto 1942. Tante missioni, la più celebre lo ha consegnato alla Storia: è lo Scirè - sommergibile della classe 600 serie Adua - a trasportare i siluri a lenta corsa dell’impresa di Alessandria, porto non più inespugnabile.
La nave di bandiera della flotta inglese, Queen Elizabeth, e la nave da battaglia Valiant - entrambe severamente danneggiate - si adagiano sul fondale. Fuori uso anche la nave cisterna Sagona e il cacciatorpediniere HMS Jervis. È uno smacco non solo materiale, l’Italia riscatta Capo Matapan e, per la prima volta, può rivendicare la superiorità navale. 

LA ROYAL NAVY

Dall’ufficio dell’ammiraglio Andrew Cunningham, ABC per i suoi sottopostI, partono tuoni e fulmini per difendersi dalla reazione scomposta di Londra. Servono mesi per preparare una risposta che possa lenire la ferita profonda inflitta dai nostri. 
La storia esalta sei uomini Gamma a bordo di tre mezzi d’assalto subacqueo che, penetrando proprio nel porto della città egiziana, hanno danneggiato con cariche esplosive e in modo definitivo 63mila tonnellate di acciaio militare.
La punta di diamante della Royal Navy nel Mediterraneo cessa di esistere. 
Da quel giorno, 19 dicembre 1941, inizia l’attesa della rivincita. Non la caccia, perché lo Scirè non fugge, anzi prepara l’ennesima missione, la quattordicesima. Lascia La Spezia il 27 luglio 1942, obiettivo forzare le difese della rada di Haifa: 32° 54’ 00,01 N - 34° 57’ 59,88 E - profondità 100 piedi. 

L’EPILOGO

Il 10 agosto, dopo due settimane di avvicinamento, lo Scirè è oramai a un solo miglio dall’imboccatura del porto, quando quattro cacciatorpediniere nemiche compiono strane evoluzioni in circolo, presto accompagnate dal lancio di innumerevoli cariche di profondità. È un vero e proprio agguato.

Inevitabilmente, tra il frastuono delle esplosioni e la spuma delle colonne d’acqua, lo Scirè balza fuori, praticamente verticale, lungo e scuro, ferito a morte. Un tonfo, e finisce sulla pancia, mentre i caccia dal cielo si uniscono al cannoneggiamento dalla costa. Ancora un salto in avanti di prora, poi si adagia su un fianco prima di affondare in un grande vortice.
Il fondale basso - di pochi, maledetti metri - non consente alcun disimpegno, radio Rodi perde traccia del sommergibile, decisiva la decifrazione del codice enigma, gli aerei avvoltoi comunicano le coordinate, la corvetta HMS Islay sgancia altre bombe di profondità, ora a colpo sicuro. Ogni bomba sono 300 libbre di Torpex, devastante miscela esplosiva. La pressione esercitata dalle esplosioni viene calcolata attorno a 1600 kg per centimetro quadrato.
L’emersione è per salvare il salvabile - gli uomini! - ma, appena fuori, il tiro incrociato dell’artiglieria dalle alture di Haifa e dei caccia spezza ogni speranza di sopravvivenza e il sommergibile si tronca letteralmente in due.

NELLA LEGGENDA 

All’interno dello Scirè si muore coscienti, intrappolati in compartimenti non allagati, spacciati dopo l’esplosione delle ultime bombe, sei micidiali cariche di profondità, tutte successive all’affondamento.

Tace il nemico e la radio, le nostre ricognizioni aeree non portano a nulla, ci vorranno giorni per conoscere il destino del comandante Bruno Zelich, sei ufficiali, quindici sottufficiali, diciannove sottocapi e otto marinai di equipaggio, e di due ufficiali, quattro sottufficiali, due sottocapi, tre marinai incursori della Decima. Nessun superstite.

Ma l’epopea dello Scirè non finisce qui.
C’è la storia dei due ragazzi restituiti dal mare pochi giorni dopo l’affondamento, forse mitragliati appena emersi, forse travolti dall’enorme pressione.
C’è la storia dei quarantadue caduti recuperati, qualcosa come quarantadue anni dopo, dai nostri palombari imbarcati sulla nave Anteo con il compito di riportarli in patria.
C’è la storia dell’uso improprio del relitto per addestramento, le ispezioni all’interno e l’opposizione a operazioni di recupero ad opera di altre marine.
C’è che a casa tornano i due cilindri contenitori dei maiali, il basamento della mitragliatrice, parte della portelleria e pezzi del fasciame: sono 50 delle 683 tonnellate del sommergibile.

Avrebbe potuto continuare a fare squadra con la nave di appoggio, Fulgor, base mobile per sommergibili e mezzi d’assalto ormeggiata a Cadice sulla rotta La Spezia-Gibilterra. Avrebbe potuto, ma era scritto altrimenti. L’epica e l’onore chiamarono altrove, e lo Scirè rispose presente. E ancora, ogni notte di San Lorenzo, puntualmente lo fa. Lo fa per noi, anche per quelli di noi che non sanno nemmeno dove guardare per vedere sessanta stelle cadere. 

Francesco Rismondo, l’Assunto di Dalmazia

Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.

Il vescovo Polesini torna a Parenzo

Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.

A Norma Cossetto

Era il 4 di ottobre, forse il 5 di ottantatré anni fa. Di sicuro c’è che la ragazza aveva i polsi legati dal filo di ferro e fu costretta a forza, dopo giorni e notti di violenze subita dai partigiani titini, a raggiungere Villa Surani, il luogo del suo ultimo martirio.