Il terrore titino

di Maria Ballarin

Nel 1942, avuta la meglio sui cetnici seguaci del re Pietro, esule a Londra, Josip Broz, detto Tito, aveva preso definitivamente il controllo del movimento di liberazione e, nel novembre di quell’anno, aveva radunato per la prima volta l’AVNOJ, Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia. Organo, questo, che pianificò la liberazione della Bosnia occidentale e il 30 novembre del ’43, a Jaice, proclamò non solo la liberazione dei territori occupati nel 1941, ma anche unilateralmente l’annessione del “litorale sloveno” (litorale istriano), delle Valli del Natisone, dell’Istria tutta, di Trieste e delle Isole dell’Adriatico, parte dell’Italia sin dal 1919.

Tale risoluzione costituì il punto di riferimento per la diplomazia jugoslava durante il periodo della trattativa della definizione del confine orientale. Tuttavia, senza l’appoggio degli Inglesi, Tito non avrebbe portato a termine le sue campagne militari: lo rifornirono di viveri e armi e costituirono nel luglio 1944 la Balkan Air Force, per appoggiarne l’avanzata. Ne fecero parte anche aviatori italiani della Regia Aeronautica.

Churchill, che voleva ottenere una sfera d’influenza antisovietica nell’alto Adriatico, si rendeva conto sia dell’aggressività nazionalista di Tito, quanto della stretta vicinanza a Stalin. La sua idea di impegnare tre divisioni militari per uno sbarco in Adriatico per raggiungere Zagabria ottenne, però, il rifiuto sia di Roosevelt che di Truman.

Ritiratisi da Trieste il 12 giugno 1945 in seguito alle pressioni alleate, gli uomini di Tito, in attesa della definizione dei confini, si comportarono da padroni in tutta l’Istria, a Fiume, Zara e nelle Isole, instaurando un regime di terrore nei confronti della popolazione civile di un territorio ancora italiano a tutti gli effetti, mentre furono circa 50.0000 i militari internati.

La presa del potere si caricò di motivi ideologici marxisti ed etno-nazionali, fu caratterizzata da un’opera di epurazione preventiva verso chiunque fosse sospettato di opporsi al progetto di annettere la Venezia Giulia alla Jugoslavia. Vennero costituiti comitati popolari e tribunali del popolo in ogni località, che fecero sparire tramite processi-farsa non meno di 9.000-10.000 persone con il turpe metodo degli infoibamenti e degli annegamenti, ma anche degli attentati. Il più grave tra i quali si verificò a Vergarolla, il 18 agosto 1946, dove persero la vita decine di persone (sessantaquattro vennero riconosciute, ma i corpi erano stati talmente straziati che non fu possibile stabilirne il numero con precisione: la cifra probabile si avvicina ai cento morti) e duecento rimasero ferite.

L’attentato fu organizzato dall’OZNA, la polizia segreta jugoslava, come acclarato dal documento del 19 dicembre 1946, Sabotage in Pola, conservato negli archivi inglesi di Kew Garden. Fu l’azione più sanguinosa del progetto di spopolamento degli italiani messo in atto da Tito durante tutto il 1946, e avvenne sotto gli occhi delle autorità britanniche, che non indagarono mai.

Dal governo italiano nessuna tutela

A livello ufficiale tutti erano consapevoli delle atrocità che accadevano in quei territori, compresi i primi governi Italiani, ma non ci fu alcun intervento a tutela della popolazione inerme.

Gli jugoslavi vollero dimostrare che la maggioranza della popolazione istriana era di etnia slava, attraverso i dati ricavati dai registri parrocchiali forniti dal sacerdote ultra-nazionalista Bozo Milanovich, attivissimo al tavolo delle trattative di Parigi.

In quell’anno i “Quattro Grandi” visitarono l’Istria per definire i nuovi confini. Nonostante avessero ricevuto 4.000 petizioni a favore dell’italianità della Regione e la richiesta di un referendum, questa non venne considerata né il governo italiano si spese per sostenerla.

Un giorno di dolore:
10 febbraio 1947

Nel dicembre del ’46 si definì il contenuto del Trattato di pace: e nello stesso mese venne dichiarato aperto l’Esodo.

Al tavolo di Parigi la delegazione italiana non ebbe alcun peso sulla stesura del Trattato, che fu particolarmente duro per la nostra Nazione.

Trattato di pace - Il Corriere d'informazione

Firmato il 10 febbraio 1947 dall’ambasciatore Meli di Soragna, impose la cessione alla Francia di Briga e Tenda; la fissazione della frontiera del Brennero; la cessione alla Jugoslavia dell’Istria, Fiume, Zara, Cherso e Lussino (Kmq 8.212); la costituzione del Territorio Libero di Trieste affidato al Consiglio di sicurezza dell’Onu; il diritto di requisire tutti beni dei cittadini italiani; riparazioni di guerra in particolare verso la Jugoslavia, pari a 123 milioni di lire, 72 dei quali pagati attraverso la nazionalizzazione dei beni dei profughi.

Quello stesso giorno, a Pola, Maria Pasquinelli uccise il comandante della guarnigione britannica generale inglese De Winton, in Italia le campane suonarono a morto, le sirene nelle fabbriche e i giornali uscirono listati a lutto.

Nonostante il trattato fosse stato tassativamente imposto, venne ratificato dall’Assemblea Costituente il 13 luglio 1947 non senza accese e dolorose considerazioni dei Padri costituenti. Privati dello strumento del referendum, agli Istriani venne concessa, fino al 1949, la possibilità di optare per recarsi nella Madrepatria e l’esito delle opzioni fu clamoroso: l’80 per cento della popolazione, che fosse o no di stretta origine italiana, scelse di andarsene. Il caso più eclatante è rappresentato dall’Esodo da Pola nel febbraio-marzo del ’47: su circa 32.000 abitanti, 27.256 lasciarono la città. Ma nel restante territorio il lungo esodo si trascinò fino alla metà degli anni ’50 e avvenne con ogni mezzo, spopolando l’intera regione.

Furono circa 350.000 le persone che se ne andarono, scegliendo la libertà che era loro negata dai nuovi padroni, i quali proibivano l’uso della lingua italiana, la libertà di culto, collettivizzavano i beni e perseguitavano chiunque fosse sospettato di opporsi.

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