Il secolo asburgico

Il Kaiser Francesco Giuseppe

di Maria Ballarin

Fugati i dubbi sull’appartenenza a pieno titolo dell’Istria e della Dalmazia alla civiltà romana e veneziana, il periodo che va dal trattato di Campoformio al novembre 1918 può essere definito come il lungo Ottocento dell’Adriatico.

Occorre evidenziare che sin dal 1382 il comune di Trieste rinunciò alla propria autonomia, ponendosi sotto la protezione di Leopoldo III d’Asburgo pur di evitare di sottomettersi a Venezia. La monarchia mitteleuropea si estese su tutto il territorio della Serenissima dal 1797 al 1805, per perderlo di nuovo, tra il 1806 e il 1814, anni della seconda campagna d’Italia del Bonaparte, in cui cadde l’ancien régime locale fatto di statuti comunali, rendite feudali, confraternite laicali e ordini religiosi.

Il ritorno dell’Austria, nel 1814, ripristinò le giurisdizioni feudali insieme a un efficiente sistema amministrativo e giudiziario, espressione di un potere statale centralizzato verso il quale era richiesta la fedeltà e, nel 1825, l’Istria divenne un unico corpo amministrativo, dopo secoli di compresenza di diversi modelli politici.

La struttura territoriale ecclesiastica subì importanti mutamenti: ai sacerdoti, provenienti in maggioranza dalla popolazione slovena e croata, furono assegnati compiti di ufficiali civili nella compilazione dei registri parrocchiali, formando un ceto clericale mediatore tra la società rurale e lo Stato.

Dall’insurrezione di Venezia del 1848, la situazione fino allora apparentemente tranquilla nella penisola istriana e Dalmazia, cambiò radicalmente. Molti istriani dei ceti cittadini e borghesi parteciparono come volontari alla difesa della città autoproclamatasi Repubblica e il clima civile nelle città del litorale era permeato da acceso patriottismo.

Al tracollo dell’esperienza rivoluzionaria, nel 1849, seguì un decennio di neoassolutismo asburgico, volto a reprimere ogni istanza liberale. In questi anni emerse con forza il fattore nazionale italiano, espresso dai moti risorgimentali antiaustriaci a guida sabauda, con la sua epopea, i suoi eroi. Specularmente, anche nel mondo sloveno e croato prendeva forza l’idea nazionale, ma in funzione anti-italiana. La convivenza pacifica plurisecolare tra le diverse etnie di queste terre di confine unificate dal potere veneziano tramontò per sempre.

Francesco Giuseppe: “Agire senza riguardo alcuno contro gli elementi italiani”

Nel 1866, anno della Terza guerra d’indipendenza, nonostante la disastrosa sconfitta italiana nella battaglia navale di Lissa, l’Austria perse del tutto il Veneto e mantenne i territori del Trentino e della Venezia Giulia. Il 12 novembre 1866 il Consiglio della Corona, alla presenza dell’Imperatore Francesco Giuseppe, stabilì che nei territori del Litorale, Dalmazia e Trentino si agisse per la slavizzazione e germanizzazione nelle scuole, nel pubblico impiego e nella stampa «senza riguardo alcuno» contro gli elementi italiani ancora presenti nei territori della Corona.

Le conseguenze negative furono di vasta portata e determinarono lo sviluppo dell’Irredentismo, l’idea cioè che il Trentino e la Venezia Giulia aspiravano alla loro unione con il resto del Regno d’Italia come a una redenzione. La portata e la complessità di questo movimento fu determinante per comprendere lo sviluppo degli eventi e sarà trattato in seguito con la dovuta attenzione. Qui basta sottolineare il fiorire di circoli culturali, scuole, giornali, riviste in tutta l’Istria e la Dalmazia, a difesa dell’identità italiana della Regione.

La città di Fiume rimaneva corpus separatum del Regno d’Ungheria, mentre si faceva strada il “trialismo”, l’idea nata nell’ambito dell’Illirismo, di affiancare gli Slavi ai popoli magiaro e tedesco presenti nell’Impero. Nell’immaginario nazionalistico slavo, l’Istria sarebbe divenuta la Toscana croata con Zara novella Firenze. Era necessario fissare un’epopea di fondazione, dei confini assai estesi e unificare in un’unica lingua gli idiomi degli Slavi del sud.

L’ingresso dell’Italia nella Triplice Alleanza insieme alla Prussia e all’antica nemica Austria nel 1882, rinnovata per cinque volte fino al 1912, contribuì ad esaltare le varie e complesse anime dell’irredentismo croato e sloveno e ad esacerbare i sentimenti degli italiani sotto il giogo asburgico. L’indebolimento dell’Impero Ottomano a seguito dell’occupazione italiana della Tripolitania, nel 1911, portò alle guerre balcaniche, che videro una forte espansione della Serbia, storicamente protetta dalla Russia, ma avversata tanto dalla Germania quanto dall’Austria-Ungheria.

L’assassinio per mano di Gavrilo Princip dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria-Ungheria, innescò una miccia che aspettava solo di essere accesa.  

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Francesco Rismondo, l’Assunto di Dalmazia

Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.

Il vescovo Polesini torna a Parenzo

Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.

A Norma Cossetto

Era il 4 di ottobre, forse il 5 di ottantatré anni fa. Di sicuro c’è che la ragazza aveva i polsi legati dal filo di ferro e fu costretta a forza, dopo giorni e notti di violenze subita dai partigiani titini, a raggiungere Villa Surani, il luogo del suo ultimo martirio.