Il due giugno celebri anche gli esuli

frecce tricolore alla parata del 2 giugno 2026

di Francesca Carpenetti

Le cose importanti, a volte, arrivano dentro una semplice busta, La mia è arrivata così, qualche giorno prima del 2 giugno. Un cartoncino azzurro. Un invito ad assistere alla parata ai Fori Imperiali, dalla tribuna, in occasione degli ottant’anni della Repubblica.

Niente di speciale, in apparenza. Carta, una data, un luogo. Solo che io quel cartoncino l’ho tenuto in mano più a lungo del necessario. Perché aveva in sé un significato che lì sopra non era scritto, e che però era il solo che contava: invitata in quanto figlia di esuli istriani. E un figlio di esule, davanti a un invito dello Stato, prova sempre qualcosa di strano. Una gioia che porta con sé una vecchia ombra, e non sa bene dove posarla.

Mia nonna l’Istria la chiamava “di là”. Non “la mia terra”, non “il mio paese”. Di là. Come se fosse una stanza accanto, dietro una porta socchiusa, e bastasse allungare la mano… “Di là si faceva così”. “Di là il mare era un altro mare”… Era un avverbio, non un nome. Un avverbio tenuto cocciutamente al presente, perché coniugarlo al passato voleva dire ammettere che era finita. E lei questo non l’ha fatto mai.
Così sono andata.
Seduta su quella tribuna, però, non c’ero solo per lei e per mio padre. C’ero per tutti. Per gli istriani, i fiumani, i dalmati. Eravamo in tanti, anche se da sola: un figlio di esule, quel giorno, sedeva con una folla di assenti addossata alle spalle.
Si sente, sapete, il peso di chi non c’è più. È leggero e insostenibile insieme.

Poi sono arrivate le Frecce Tricolori. È una cosa difficile da spiegare. Quando gli aerei hanno aperto sopra Roma le tre scie - il verde, il bianco, il rosso - la gente ha alzato la testa in un gesto, tutta insieme, e c’è stato quel silenzio. Quello vero, quello di prima dell’applauso, quando migliaia di persone smettono di respirare nello stesso istante. E io ho avuto un pensiero così, semplice, quasi insensato: che il tricolore, per qualche secondo, aveva smesso di essere una bandiera. Era diventato cielo. Tre righe di colore distese sopra la città, che si allargavano piano, si sfilacciavano, diventavano aria. Una firma scritta sul niente e subito cancellata dal vento.

Ecco. Mia nonna quel Tricolore l’aveva nascosto, tenuto piegato, difeso. E adesso qualcuno lo scriveva grande così, nel cielo, dove non si può piegare e non si può nascondere. Mi è sembrato, per un attimo, una specie di risarcimento. Scritto in alto, perché lo vedessero anche da “di là”. Una parola.

Si parla molto, ora, di “memoria dell’esodo”. È diventata una formula. E le formule, lo sanno tutti, consumano le cose che nominano. Ma noi una memoria, in fondo, non ce l’abbiamo. Abbiamo un’eredità di gesti. Parole, soprattutto. I nomi degli oggetti, i diminutivi del dialetto, certi modi di dire che galleggiano dentro il nostro italiano come il sale resta nel legno delle barche, anche dopo che la barca è a terra da anni. Omnia mea mecum porto, dicevano i latini del saggio a cui si tolga ogni cosa: tutto ciò che è mio lo porto con me.
I nostri vecchi magari non la conoscevano, questa frase. Ma ne furono la prova vivente. Partirono portando con sé la propria meravigliosa lingua, e la lingua, questo lo sapevano bene, non si può confiscare.

Ma c’è una storia in più da raccontare. Perché questa data da noi fa ancora male, e quasi nessuno lo conosce, il perché.
Il 2 giugno 1946 l’Italia votò per scegliere se essere repubblica o monarchia. E quel giorno, per la prima volta nella storia, votarono anche le donne. Pensiamoci. Una nazione intera che rinasceva, e metà di quella nazione che entrava per la prima volta in una cabina. Doveva essere bellissimo. Ma non per tutti. Non per tutte…
La provincia di Bolzano, la circoscrizione di Trieste, la Venezia Giulia, Zara: niente urne. Terre sospese, contese, escluse per decreto.
Così, nel giorno esatto in cui la Repubblica nasceva e finalmente apriva le sue braccia, una parte di italiani restava fuori dalla porta, italiani a pieno titolo, ma senza un’urna in cui dirlo. Italiani che poco dopo avrebbero perso tutto. Le donne di quelle terre, poi, il loro primo voto dovettero rimandarlo di due anni.
La festa di tutti, per noi, è cominciata con un’assenza.
Ed è per questo, soltanto per questo, che sedere lì ottant’anni dopo aveva il sapore di un conto che si chiude.

Poi è arrivata la musica delle bande dell’Arma. Bellissima, di quella bellezza che ti coglie di sorpresa e ti resta addosso. Chi non proviene da una famiglia del confine orientale non può capirlo, e non è colpa sua. Una melodia suonata dallo Stato, nel corpo di un figlio di esule, fa vibrare qualcosa che non si spiega.

A casa nostra le canzoni della patria non mancavano mai. Mia nonna le cantava a mio padre e poi a me come si custodisce una cosa fragile: l’inno, i vecchi canti, tutto con la stessa cura. Perché erano la prova - udibile, questo è il punto, una prova che si poteva sentire - di un’appartenenza che dall’altra parte del confine le avevano negato. Cantava l’Italia perché era l’unica Italia che nessuno poteva portarle via. Stava nella voce. E la voce, lei, viaggia con chi se ne è dovuto andare. Forte, riconosciuta, davanti allo Stato schierato, alla Difesa con il suo Capo. Ecco. Quello è stato il momento.

Quella melodia che lei aveva sentito quasi come un atto clandestino, una fedeltà sussurrata, adesso suonava alta e riconosciuta. Come se l’Italia restituisse davanti a tutti ciò che i nostri esuli avevano tenuto vivo da soli, in disparte, per ottant’anni.

Ho pensato a Saba, alla sua Trieste dalla “scontrosa grazia”. E mi è sembrato che tutto il confine fosse fatto così: una grazia che non si lascia accarezzare, che concede solo a chi ha già pagato. Orgogliosa, no. A essere onesti, non mi sono sentita orgogliosa. L’orgoglio è una postura, e davanti a certe sensazioni la postura cede, si scioglie. Mi sono sentita responsabile. Questo sì. Responsabile di non far diventare la nostra storia una cartolina. E neanche una bandiera da agitare, una rivendicazione: cosa che, lo dico, a casa mia non ho mai sentito nominare.

L’odio sarebbe stato più semplice. I miei preferirono il silenzio: non un silenzio qualunque, ma sorvegliato, esatto, capace di scegliere cosa lasciare in eredità. Un silenzio misurato, sapiente. E a me hanno lasciato una lingua, qualche nome, e un’idea. Che appartenere a un Paese non è una cosa che ti capita perché sei nato. È una cosa che si rinnova ogni volta, da capo.

Per questo, quando è risuonato l’inno, ho cantato. E non ho cantato da sola, questo lo so. L’ho cantato come me l’aveva insegnato nonna, con la stessa attenzione che lei metteva in ogni nota. Solo che dietro la mia voce, quel giorno, c’erano tutte le altre. Quelle di chi non ha fatto in tempo ad arrivare oggi. Era il nostro modo di dire una cosa semplice: che la scelta fatta “di là”, ottant’anni fa, la riproponevamo lì, in quel momento, a voce alta, e senza più paura.

E cantando per lei, e per tutti loro, ho avuto la sensazione di chiudere finalmente quella porta che avevamo lasciato solo accostata. Non per dimenticare cosa c’era dietro - quello non si dimentica, mai - ma per potermi girare, una buona volta, e guardare avanti.

E allora, da quella tribuna, mi permetto di fare una proposta, ma lo dico col cuore: l’anno prossimo, in quella cerimonia con cui l’Italia racconta sé stessa a sé stessa, si trovi un gesto per ricordare anche noi. Poco basta. Un labaro. Una parola del Capo dello Stato. Non per riaprire una ferita: per chiudere un racconto rimasto a metà.

Perché il due giugno celebra chi la libertà l’ha scelta pagandola, e tra questi ci sono più di ogni altro gli istriani come me, i fiumani, i dalmati, che lasciarono la millenaria Pola, l’ardente Fiume, la preziosa Zara pur di non perdere la propria essenza.

Foto delle frecce tricolori

Il Giorno del Ricordo onora i morti. Il due giugno potrebbe abbracciare i vivi. I figli, i nipoti, la scelta. Si misura anche da questo, un Paese: dalla generosità con cui cinge le proprie ferite in una festa, e non solo nel calendario delle ricorrenze tenute da parte, in disparte, dove non turbino.
Perché c’è qualcosa che va detto. Per un esule la patria non è un concetto: vive in una mancanza che si è imparato ad amare. La bandiera non è un pezzo di tela: è ciò che si è tenuto stretto mentre si perdevano la casa, la terra e perfino le proprie tombe.
Quei soldati schierati lungo i Fori, che per gli altri sono solennità e basta, per noi dicono una cosa diversa: ci siete anche voi. Ed è strano commuoversi così, dopo ottant’anni, per qualcuno che finalmente è venuto a cercarti.
Ottant’anni di Repubblica. Per molti, una ricorrenza. Per noi - figli e nipoti di gente che ha scelto l’Italia quando l’Italia costava tutto - la misura esatta del tempo che ci separa da una casa che continuiamo a chiamare, testardi, “di là”. E che quel due giugno, ai Fori, con la voce rotta e una specie di pienezza addosso, vogliamo continuare a chiamare anche “qui”.

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