Holodomor, il terribile “classicidio” dei kulaki

di Marco Cimmino

Holodomor è una parola terribile: significa, a un dipresso, “morire di fame”, ma per un Ucraino assume dei connotati molto più specifici e strazianti.

Perché, all’inizio degli anni Trenta, in Ucraina, la gente moriva davvero di fame, a milioni: Holodomor era una terrificante realtà, cui la spietata crudeltà di Stalin e del suo entourage aveva condannato i contadini ucraini. 

Noi, per quella sorta di “reductio ad unum” cui ci ha abituato la storiografia genocidiaria, tendiamo ad assumere l’olocausto del popolo ebraico come modello ed eponimo di ogni genocidio, ma non è così: vi sono stati altri olocausti, perfino più drammaticamente estesi della Shoah, cui gli storici non hanno dedicato che scarsa e distratta attenzione. 

Uno tra questi è appunto Holodomor, l’olocausto ucraino, che tra il 1932 e il 1933 raggiunse il suo apice, uccidendo circa sette milioni di persone: perfino più del genocidio degli Ebrei. Eppure se ne parla pochissimo, come se le atrocità commesse in nome del comunismo fossero, in qualche modo, giustificabili: come se gli Ucraini valessero meno degli Ebrei.

D’altronde, fin dall’inizio, la propaganda comunista manipolò il genocidio che si stava perpetrando in Ucraina, presentandolo come l’effetto di una spaventosa carestia, dovuta a problemi agricoli e non all’intervento mirato dei sovietici: dall’Occidente furono perfino inviati in Russia aiuti umanitari. Che, per inciso, il regime incamerò, senza che neppure un’oncia di quegli aiuti arrivasse alle popolazioni che stavano morendo di fame. 

Perché quella fame non si doveva a una carestia, ma a una precisa condanna a morte, decretata dalla nomenklatura staliniana.

Famiglia ucraina

Cerchiamo, ora, di spiegare cosa accadde in quegli anni e come si arrivò a Holodomor.

Fin dai tempi della Nep (Novaja Ėkonomičeskaja Politika, la nuova politica economica, inaugurata da Lenin nel 1921), in Unione Sovietica si era cercato di sradicare la piccola proprietà terriera, considerata un’autentica minaccia per il successo della rivoluzione nelle campagne. 

I grandi feudatari, i “Barin”, erano stati subito facilmente eliminati: essi vivevano a Pietrogrado e disertavano le proprie immense proprietà, limitandosi a contarne le “anime”, ovvero i mužiki che vi lavoravano. Facile additare questi nobili all’odio popolare e facile, pertanto, travolgerli nella rivoluzione o costringerli a espatriare. 

Assai più complicato apparve indicare i piccoli proprietari, spesso semplici contadini liberi, all’odio rivoluzionario. Inoltre, questi coltivatori diretti erano legatissimi alla propria terra, spesso acquisita a costo di grandi sacrifici e duramente lavorata, estate e inverno: erano i kulaki e contro di loro e contro la loro resistenza alla statalizzazione delle terre si concentrò l’attenzione della dittatura bolscevica. 

Come dicevamo, già ai tempi della Nep, i kulaki erano stati presentati come nemici del popolo. Ma fu solo a partire dal 1929, con l’introduzione dei piani quinquennali, che Stalin decise di risolvere una volta per tutte la questione ucraina. 

La trasformazione delle campagne si basava sull’istituzione, avvenuta nel 1927, dei Kolkhoz, enormi fattorie collettive e cooperative, e dei Sovkhoz, che non erano altro che delle aziende agricole i cui contadini erano veri e propri impiegati dello Stato: identica burocratizzazione e identica indicazione di quote produttive, perciò, si volevano realizzare nell’agricoltura e nell’industria. 

Tra il 1929 e il 1932 si applicarono due radicali riforme: la “collettivizzazione”, ovvero la cancellazione della proprietà privata agricola, con il passaggio al servizio dello Stato, e la “dekulakizzazione”, ossia l’eliminazione fisica o la deportazione in Siberia di milioni di kulaki. 

Ovviamente, i piccoli proprietari ucraini, che erano un numero enorme, guardarono assai negativamente a questa riforma agraria, cui cercarono di resistere in ogni modo. A ciò si aggiunga la scarsa simpatia che il popolo ucraino aveva già dimostrato nei confronti della rivoluzione bolscevica e si capirà che ce n’era abbastanza per scatenare l’ira del tiranno assoluto sovietico. 

Stalin decise di infliggere all’Ucraina una punizione esemplare: Holodomor, appunto, un genocidio (o, meglio, un classicidio) affidato alla pura e semplice fame.

I raccolti vennero ritirati dalle autorità e, con il trucco di quote impossibili da rispettare o, semplicemente, senza alcuna spiegazione, ai contadini non venne riconsegnata nessuna parte della produzione, lasciandoli, in pratica, morire di fame. 

Requisizione del raccolto

Poco alla volta, fra il 1932 e il 1933, quei sette milioni di Ucraini furono abbandonati al proprio destino: in pratica, i bolscevichi lasciarono che fosse l’inedia a lavorare per loro, sterminando tutti i piccoli proprietari, renitenti o meno, e dando vita a un terrificante olocausto. 

E, va detto a vergogna della categoria cui io stesso appartengo, che, ancora oggi, in assenza di espliciti documenti ufficiali, vi sono storici che negano l’essenza genocidiaria di Holodomor, attribuendo lo sterminio ucraino a semplici fattori naturali. Bisognerebbe, però, che spiegassero, come questo sia potuto accadere in una delle regioni agricole più fertili d’Europa ed esattamente in concomitanza con la dekulakizzazione staliniana. 

Insomma, anche nel caso dell’olocausto ucraino, mi pare che si possa rilevare quella stessa omertà che ha circondato e, purtroppo, ancora circonda, tutte le stragi che facciano capo a una certa parte politica: una conventio ad tacendum, che disonora coloro che la praticano negli atenei e nelle redazioni dei giornali. Un fenomeno spregevole, cui siamo, malauguratamente, abituati. 

In Ucraina, questi poveri morti si ricordano tutti gli anni, ogni quarto sabato di novembre. Sarebbe bellissimo se, un giorno, potessimo ricordarli anche noi, senza polemiche, ma anche senza infingimenti.

Esodo di contadini ucraini in cerca di cibo

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