Gli olocausti del Novecento

gli olocausti del Novecento

Non è stato il sonno della ragione a generare i mostri del XX secolo, quanto, semmai, una fiducia cieca nella ragione, applicata senza umanità, senza carità, senza pietà

di Marco Cimmino

Quando si parli di foibe o, più genericamente, di tragedia adriatica, una delle reazioni più comuni da parte degli interlocutori è quella di fare spallucce e di chiuderla lì, dicendo che si è trattato di una questione locale, limitata nelle dimensioni, nel tempo e nello spazio. Insomma, di uno dei tragici, ma comunissimi, corollari alla Seconda guerra mondiale.

L’errore è macroscopico, da un punto di vista storico ma ancor di più da quello epistemologico e metodologico. Considerare l’olocausto adriatico alla stregua di un episodio non solo è offensivo per chi abbia vissuto quel dramma sulla propria carne, ma è, soprattutto, un errore prospettico clamoroso. Perché gi olocausti novecenteschi, a partire dal primo, quello del 1915, che colpì il popolo armeno, hanno tutti la medesima matrice, che è il Modernismo o, se si preferisce, la modernità: sono tutto meno che un rigurgito di Medioevo.

Inoltre, tutti adottano medesime modalità nell’origine, nella motivazione e nei tentativi di nascondere l’accaduto all’opinione pubblica mondiale. Non solo, dunque, la “banalità del male”, ma anche la banalità dei tentativi di occultarlo.

All’interno dei massacri novecenteschi, sulla scorta di quanto tracciato da Raphael Lemkin nel 1944, quando stava redigendo le fattispecie giuridiche e i capi d’imputazione per quello che sarebbe stato il processo di Norimberga, possiamo indicare alcune tipologie genocidiarie.

Il genocidio vero e proprio, ovvero la volontà di sterminio di un popolo in quanto tale: semplicemente per la sua essenza.

Il classicidio, cioè l’eliminazione di una categoria sociale, additata come nemica di una qualche rivoluzione.

L’etnocidio, ossia il massacro di un gruppo omogeneo per cultura, costumi o religione.

Se accettiamo questa suddivisione, vedremo che quello armeno del 1915 fu prevalentemente un etnocidio: gli Armeni, all’interno dell’Impero ottomano, rappresentavano un’enclave cristiana, ma anche un gruppo culturalmente attivo e brillante.

Quello ucraino del 1932/33 fu, viceversa, un classicidio: Stalin non poteva accettare che qualcuno, all’interno dell’Urss, si opponesse alla colcosizzazione delle campagne difendendo la proprietà privata, come fecero i Kulaki.

Va da sé che la Shoah fu un vero e proprio genocidio, di cui l’Endlosung rappresentò il drammatico apice.

Civili armeni in marcia
Civili armeni in marcia forzata verso il campo di prigionia di Mezireh, sorvegliati da soldati turchi armati. Kharpert, Impero ottomano, aprile 1915 (Foto di Armin T. Wegner - Published by the American Red Cross)
Bambina con segni di denutrizione
1933: Bambina con segni di denutrizione per le strade di Kharkiv, Archivio diocesano di Vienna (Foto di Alexander Wienerberger)

Le foibe

Come, dunque, si collocano le foibe in questo scenario? A pieno titolo, verrebbe da dire, giacché le ragioni dell’olocausto adriatico sono sia di carattere etnocidiario che classicidiario: la cultura, anzi, la civiltà italiana era identificata con il fascismo, ma anche con una scoperta inferiorità slava, che, sovente, gli Italiani rimarcavano e stigmatizzavano, acuendo l’ostilità etnica. Ma esso fu anche un classicidio, dato che in quelle terre gli Italiani rappresentavano la classe dominante, per dirla con Marx. Mettiamoci il detonatore della guerra in corso e dell’odio politico e avremo la miscela esplosiva che determinò la tragedia delle foibe.

Foibe che, si badi, non furono una pulizia etnica: furono, semmai, il motore di una pulizia etnica che, in realtà, fu rappresentata dall’esodo dei 350mila. Come dire che, se non se ne fossero andati, la foiba sarebbe stata la fine degli Italiani dalmati, istriani e giuliani. E la minaccia funzionò.

Dunque, gli infoibati furono vittime di un olocausto a più facce e non di un episodio marginale delle vendette belliche.

Per questo motivo, abbiamo deciso di trattare tutti gli olocausti allo stesso modo: distinguendo, ovviamente, le modalità e le dimensioni, ma ritenendoli il prodotto di una medesima visione del mondo. Non è stato il sonno della ragione a generare i mostri del XX secolo, quanto, semmai, una fiducia cieca nella ragione, applicata senza umanità, senza carità, senza pietà.

Ebrei ungheresi nell’area della selezione nel campo di Auschwitz
Ebrei ungheresi nell’area della selezione nel campo di Auschwitz-Birkenau (foto di Walter Bernhard)
Pola, 1947: italiani all’imbarco del Panfilo Toscana
Pola, 1947: italiani all’imbarco del Panfilo Toscana

Francesco Rismondo, l’Assunto di Dalmazia

Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.

Il vescovo Polesini torna a Parenzo

Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.

A Norma Cossetto

Era il 4 di ottobre, forse il 5 di ottantatré anni fa. Di sicuro c’è che la ragazza aveva i polsi legati dal filo di ferro e fu costretta a forza, dopo giorni e notti di violenze subita dai partigiani titini, a raggiungere Villa Surani, il luogo del suo ultimo martirio.