Gli anni terribili della Seconda Guerra Mondiale

di Maria Ballarin
Il 20 giugno 1940 l’Italia entrava in guerra, con l’intento di dimostrare la propria autonomia dalla Germania nell’assumere il controllo dell’area mediterranea e dei Balcani. La campagna di Grecia, iniziata nell’ottobre del 1940, si risolse in un fallimento per il regio esercito, al quale si sostituì l’azione fulminea di quello tedesco non solo in Grecia, ma soprattutto in Jugoslavia. Con l’Operazione Castigo, dell’aprile ’40, infatti, Hitler punì la rivolta della popolazione di Belgrado contro l’ingresso della Jugoslavia nel Patto Tripartito insieme a Germania, Italia e Giappone.
Il fragile Regno di Jugoslavia, creato dopo il Primo conflitto, si dissolse il 17 aprile 1940, con il re Pietro e il suo governo fuggiti a Londra.
L’Italia e la Germania si spartirono i Balcani occidentali. Nacque lo stato indipendente di Croazia, guidato da Ante Pavelic, strettamente legato alla Germania. All’Italia venne annessa la confinaria Slovenia meridionale fino a Lubiana, quasi tutta la costa dalmata isole comprese; vennero formate le province di Lubiana , Cattaro e Spalato e ampliati i territori di Fiume e Zara. Più a sud l’Albania, già sotto controllo italiano, fu ingrandita con l’annessione del Kossovo e Dibrano e il Montenegro dichiarato protettorato italiano.
Il 18 maggio 1941 Croazia e Italia siglarono un accordo che attribuì a quest’ultima le isole di Arbe, Lissa, Veglia, Curzola e Meleda oltre a territori dell’entroterra dalmata. Per conseguenza, alcune migliaia di Serbi e Croati emigrarono volontariamente, mentre almeno 4.000 persone, ritenute sospette, furono espulse o internate sia in loco che in Italia.
Le Nazioni dell’Asse controllarono le principali arterie stradali disinteressandosi del resto del territorio prevalentemente montuoso e impervio, nel quale fu possibile ai reparti dell’esercito jugoslavo sconfitto, che aveva conservato buona parte delle armi, riorganizzarsi in nuclei di una resistenza armata, tanto imponente nei numeri quanto divisa al suo interno: Draza Mihalovic fedele al re Pietro, e Josip Broz-Tito segretario del Partito Comunista Jugoslavo, si contendevano la guida della resistenza.
Guerriglia e controguerriglia
Iniziò così un’intensa attività di guerriglia sin dal novembre 1942, con sabotaggi e assalti violentissimi contro militari italiani (i cadaveri venivano spesso trovati con cuore, denti e occhi strappati, quando non evirati), che provocarono la reazione altrettanto dura dei comandi militari italiani, capeggiati dal generale Mario Roatta. Incendi di villaggi, torture, uccisioni e internamenti anche di civili, come nel caso di Arbe, fomentarono il risentimento di buona parte della popolazione slovena, ingrossando le fila della resistenza comunista, ma provocando la reazione contraria degli anticomunisti, che aderirono alla Milizia Volontaria Anticomunista creata da Roatta.
Tra il ’42 e il ’43 la guerra divenne totale, estendendosi a tutto il territorio e coinvolgendo l’intera popolazione, con un crescendo di tensioni che esplose in tutta la sua violenza dopo l’8 settembre 1943 non in Slovenia, bensì in Istria. Lo sfaldamento dello Stato Italiano in questa regione fu rapidissimo: le città caddero in mano ai tedeschi, mentre nelle zone interne dell’Istria comparvero quasi improvvisamente i partigiani di Tito, che instaurarono i Comitati Popolari di Liberazione di ispirazione comunista. Questi, insieme ai narodnjaci, esponenti nazionalisti croati, scatenarono una violenta e indiscriminata persecuzione ideologica e nazionalista verso la popolazione locale tutta, che fosse stata o meno compromessa con il regime fascista: fu l’inizio degli infoibamenti.
La prima ondata delle foibe
Le persone arrestate arbitrariamente venivano crudelmente gettate, spesso ancora vive, nelle cavità carsiche di cui è ricca l’Istria, dette foibe, da fovea (lat. fossa). Nell’autunno del 1943 scomparvero circa 500-600 tra sacerdoti, impiegati comunali, carabinieri, maestri, bidelli, postini, militari in licenza, come pure semplici cittadini.
La crudele vicenda di Norma Cossetto è l’emblema di questi orrori.
Dall’ottobre del 1943 i tedeschi ripresero il controllo dell’Istria intera, costituendo l’“Adriatische Kunsteland” collegato al Reich mediante la Carinzia, mettendo la regione a ferro e fuoco pur di eliminare ogni resistenza, con un pesante tributo di vite di civili inermi. In particolare a Trieste, nel 1944, fu istituito il campo di detenzione di polizia presso la Risiera di San Sabba, luogo di prigionia, tortura e uccisioni di qualsiasi sospetto antinazista giuliano, dove morirono circa 3.000 persone. Su 1.235 ebrei deportati dalla Venezia Giulia ne sopravvissero solo 39.
Zara, la Dresda dell'Adriatico
La città di Zara, occupata dai tedeschi, tra il ’43 e il ’44, subì 54 bombardamenti da parte dell’aviazione angloamericana, che la rasero al suolo e costrinsero la popolazione sopravvissuta a fuggire. Fu la città italiana con maggior numero di vittime in percentuale: il 10% degli abitanti morì sotto le bombe.
Da ricordare il fatto che la città non era considerata obbiettivo militare, ma i partigiani di Tito fornirono agli Alleati notizia di inesistenti obiettivi strategici, così che la trasformassero nella “Dresda dell’Adriatico”.
Il 31 ottobre la città venne occupata dai titini, che si accanirono contro i cittadini rimasti.
L’inferno dell’occupazione titina di Trieste
Mentre la resa delle forze armate tedesche in Italia veniva firmata il 29 aprile 1945, l’esercito di Tito era pronto per l’“Operazione Trieste” e i reparti del IX Corpo dell’esercito Jugoslavo occuparono la città dal 1°maggio al 12 giugno, scatenando un clima di assoluta violenza verso la cittadinanza, che pagò il tributo di sangue di circa 4.000 persone scomparse e gettate per lo più nella cava di bauxite di Basovizza, nelle foibe Plutone e di Monrupino.
Gli infoibamenti e gli internamenti nei “campi della morte” jugoslavi ripresero in tutta l’Istria protraendosi fino al 1947, in tempo di pace, e provocando la scomparsa di non meno di 10.000 persone.
In questo clima di terrore la popolazione attendeva con angoscia le deliberazioni del Trattato di pace.
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Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.





