Giuseppe Picciola, dalle barricate irredentiste all’amicizia con Carducci

Il 22 ottobre scorso, la sala Caduti di Nassirya di Palazzo Madama, a Roma, ha ospitato un incontro su “Giuseppe Picciola, un patriota istriano ritrovato” promosso dall’Associazione Nazionale Dalmata, dalla Lega Nazionale e dall’Archivio-Museo di Fiume. Introdotti dal padrone di casa, senatore Roberto Menia, si sono susseguiti gli interventi di Davide Colombo e Giorgio Baroni (entrambi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore), del direttore dell’Archivio Museo di Fiume Marino Micich e della curatrice del volume Giuseppe Picciola, Poesie (Fabrizio Serra editore) Maria Ballarin. Da quest’ultima, nostra preziosa collaboratrice, ecco un excursus sulla figura del letterato di Capodistria, legatissimo a Giosuè Carducci.

«Caro e indimenticabile Giuseppe Picciola, irredento e irredentista, allievo entusiasta di Carducci, nostro illuminato compagno più che professore… Indimenticabile terzo corso liceale, tre scolari in tutto, seduti in semicerchio, intorno alla cattedra, maestro e allievi tutti vicini attorno al camino d’inverno». (Cinzio Violante, Appunti sulla formazione di Gioacchino Volpe, in Annali dell’Istituto per gli studi storici, IX, Bologna 1985-86, Il Mulino, pp. 307-308)
Con questi rapidi ed espressivi tratti il grande medievalista Gioacchino Volpe, nel 1958, ricordava quello con il Picciola come uno degli incontri fondamentali della sua vita. Ripercorrere la vicenda umana e culturale di Giuseppe Picciola significa incrociare i turbolenti sentieri della passione politica irredentista, che hanno caratterizzato la società e la cultura italiana, triestina in particolare, tra gli ultimi decenni dell’800 e l’inizio del 900.
Nato a Parenzo il 26 settembre 1878 e morto a Firenze nel 1912 a cinquantatré anni, non ha avuto la possibilità di radunare in forma sistematica la notevole mole di scritti letterari ed epistolari, attraverso i quali emerge la statura di un intellettuale di notevole rilievo a livello nazionale ma troppo presto dimenticato, così come lo è, a torto, tutta la stagione dell’irredentismo italiano.
L’accesso a fondi archivistici pubblici e privati ha permesso a chi scrive di attingere a fonti inedite e di riproporre all’attenzione degli studiosi testi editi e inediti di critica dantesca e di componimenti poetici, oltre a una ricostruzione dettagliata della sua vicenda personale e del ruolo di patriota giuliano.
Nato a Parenzo in una famiglia dai forti sentimenti risorgimentali, sin dagli anni trascorsi nel Ginnasio Comunale di Trieste, ebbe come compagni di scuola Salvatore Barzilai, Giacomo Venezian, Albino Zenatti, Salvatore Morpurgo e fu amico di Guglielmo Oberdan, tutti aderenti alla società segreta Giovane Trieste. Si distinse per la partecipazione alle proteste di piazza come anche alla stesura e diffusione di opuscoli clandestini e volantini antiaustriaci. Ritenuto, a ragione, dalla Polizia asburgica una delle menti della sedizione giovanile antigovernativa nel capoluogo giuliano, rimase al di qua del confine, perché ingiustamente imputato di renitenza alla leva.
L’esilio da Trieste, dal 1879 al 1899, determinò la vita del Picciola in ogni senso. Tornato a Pisa, dove frequentava la facoltà di lettere presso la Scuola Normale, si legò di amicizia fraterna con Guido Mazzoni, futuro accademico e senatore del Regno, il quale lo introdusse nel ristretto circolo letterario di Giuseppe Chiarini e alla conoscenza di Giosuè Carducci. In tutte queste famiglie, il giovane e ardente esule, venne accolto con affetto, quasi come un figlio e furono coinvolte nella sua ardente passione per la causa del ritorno di Trieste all’Italia.
In particolare, la relazione con il Carducci divenne assai intima negli anni che vanno dal 1879 al 1885 e Giuseppe attribuì sempre all’influsso del grande Poeta lo sviluppo della sua personalità letteraria e umana in quei difficili anni.
L’ingresso dell’Italia nella Triplice Alleanza con Prussia e Austria e la condanna a morte dell’Oberdan, spinsero il Picciola a concentrare la sua intensa attività di attivista politico su un piano squisitamente culturale e sostenne il Venezian nella creazione della Società Nazionale Dante Alighieri nel 1889.
Dopo la laurea conseguita nel 1881, pur non possedendo la cittadinanza italiana, cominciò la carriera di insegnate di Lettere a Bologna per concluderla nel 1912 in qualità di preside del prestigioso ginnasio-liceo Galileo Galilei di Firenze. Come uomo di scuola fu un valido docente, apprezzato preside, spesso facente funzione di provveditore e membro della Commissione reale per il riordinamento degli studi secondari, tra il 1905 e il 1908. Appassionato della professione, redasse, nel 1883, per i suoi studenti un’interessante antologia ariostesca le Stanze dell’Orlando Furioso collegate dal racconto dell’intero poema e annotate da Giuseppe Picciola e Virginio Zamboni, per Zanichelli, che raggiunse ben otto edizioni. Nel 1907, insieme a Giudo Mazzoni pubblicò l’Antologia Carducciana, la cui fortuna nella scuola secondaria italiana durò fino alla metà degli anni ’70 del ‘900. Fu pubblicata postuma, nel 1913, la bella raccolta Poeti italiani d’oltre i confini.
L’attività di critico letterario si esplicò sin dagli anni universitari nelle più importanti riviste dell’epoca, su tutte la Rivista d’Italia, nelle quali comparvero anche i suoi componimenti poetici. Il volume Versi edito da Zanichelli nel 1890 costituisce la sua prova poetica più compiuta. Le molte altre liriche da lui composte in occasione di matrimoni o di ricorrenze, così come quelle inedite, sono state riunite nel volume Poesie, edito da Fabrizio Serra nel 2023. Lo studio dell’opera dell’Alighieri lo impegnò moltissimo: dal ritrovamento di codici manoscritti ai numerosi saggi sui canti del Poema, esposti in conferenze volte a un pubblico attento e numeroso in tutta Italia, come pure a Trieste e Fiume, alcuni dei quali riediti nel 2022.
Il suo passaggio da un irredentismo rivoluzionario e chiassoso a forme più moderate e lealiste, gli costò un grave attentato, il 19 dicembre 1892 a Pesaro, dal quale uscì miracolosamente illeso insieme alla moglie Bice Vaccai, figlia del senatore Giuseppe Vaccai.
Affiancò al lavoro e all’attività letteraria quella di pubblicista su giornali come L’Opinione, Il Mattino, Il Piccolo, L’indipendente e mantenne i rapporti con la rete delle associazioni irredentiste presenti nella Penisola, in particolare con i controllatissimi e semiclandestini Circoli Garibaldi per Trieste.
I ritmi frenetici della vita di Giuseppe Picciola non gli impedirono di tessere una fitta trama di relazioni amicali e professionali, testimoniata da una mole considerevole di epistole indirizzate alle più importanti personalità della sua epoca: da Giovanni Pascoli a Ferdinando Martini, da Giosuè Carducci a Pio Rajna, da Pasquale Villari a Guido Mazzoni. Da queste emerge una personalità empatica, dedita a multiformi interessi e capace di coinvolgere nei suoi ideali civili le personalità più illustri dell’epoca. Il legame con la famiglia d’origine rimasta a Trieste, benché dolorosamente interrotto, rimase vivissimo, come attestano le moltissime epistole scritte a Silvia, sorella e confidente amatissima. La prematura scomparsa, di Giuseppe Picciola come anche la morte di entrambi i figli nelle trincee del Carso, hanno contribuito a un lento oblio della sua persona e della sua incisiva attività civile e intellettuale nel panorama culturale italiano di fine ‘800. Le recenti pubblicazioni e gli studi attualmente in corso su di lui, vogliono portare alla luce un protagonista indiscusso della travagliata stagione irredentista.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.


