Giorno del Ricordo: i Duiella di Zara, famiglie spezzate e polemiche contro la memoria storica dell’esodo

Duiella

A cura di Silvia Luscia

«E noi movemmo i piedi inver’ la terra/ sicuri appresso le parole sante./ Dentro li ’ntrammo senz’alcuna guerra,/ e io, ch’aveva di riguardar disio/ la condizion che tale fortezza serra,/ com’io fui dentro, l’occhio intorno invio/ e veggio ad ogne man grande campagna/ piena di duolo e di tormento rio./ Sì come ad Arli presso Rodano stagna,/ sì com’a Pola, presso del Carnaro/ ch’Italia chiude e i suoi tormenti bagna,/ fanno i sepulcri tutt’il loco varo,/ così facevan quivi d’ogne parte/ salvo che ‘l mondo v’era più amaro».

Dante in esilio condensa con le sue parole quello che sarebbe stato l’esodo della famiglia di Aldo Duiella, raccontato il 13 febbraio 2025 a Ospitaletto (Brescia), grazie a Roberto Gatta Zini, delegato per Brescia del Comitato 10 Febbraio. Un incontro che ha suscitato la disapprovazione della minoranza di centrosinistra che sui giornali ha duramente attaccato il delegato del Comitato 10 Febbraio e messo in discussione l’evento in quanto organizzato da persone “non degne di divulgare la memoria dell’esodo”. Probabilmente qualcuno vuole insegnare a un esule cosa sia l’esodo, come divulgarlo e dare una patente di moralità. Peccato che quel qualcuno non fosse ancora nato durante l’esodo, inoltre criticare i membri del Comitato 10 Febbraio come incompetenti in materia risulta poco credibile vista la specificità dell’associazione. Ecco perché è ancora più importante ascoltare oggi le parole dell’esule zaratino Aldo Duiella, anche membro del Consiglio Direttivo Nazionale ANA (Associazione Nazionale Alpini) in rappresentanza del Gruppo Zara ( Sezione Venezia):

«Il trattato di pace del 10 febbraio 1947, che vide l’Italia tra i Paesi sconfitti, provocò infatti  la perdita delle terre d’Istria, di Fiume e della Dalmazia, che divennero parte della Repubblica di Jugoslavia del generale Tito e io con loro. A quel punto tra tutti gli italiani si pose un quesito, ovvero se fosse meglio  rimanere nella propria terra, mantenendo i propri beni e rinunciando alla cittadinanza italiana, o  mantenere la propria identità di italiani rinunciando alle proprietà. Per 350mila persone la scelta di rimanere italiani e quindi “fedeli” alla propria patria fu predominante rispetto all’altra opzione; pur nella consapevolezza che tutti noi saremmo  andati incontro a una prospettiva di vita molto dura, dovendo ricominciare da zero. Ma l’amore per la Patria era troppo grande e pensarlo dava forza nelle difficoltà».

«Subito dopo la ratifica del Trattato di Pace» continua Duiella, «la quasi totalità della popolazione istriana decise di abbandonare tutto per “rientrare” nella madre patria, ricordo ancora le immagini dell’esodo degli abitanti di Pola, che abbandonarono in massa la città. A Zara, invece, dove io abitavo, le notizie frammentarie e la presenza ancora dei tedeschi non permetteva di capire con precisione cosa stesse succedendo. Solo con l’abbandono della città delle truppe germaniche e il conseguente ingresso dei partigiani di Tito, si capì quale sarebbe stato il futuro per noi italiani, anche per chi come mio padre aveva fatto parte della Resistenza lavorando a stretto contatto col braccio destro di Tito. Però, contestualmente, gli slavi chiusero le frontiere, impedendo di fatto ogni possibile partenza. A quel punto, ogni italiano, che voleva rientrare in una qualsiasi città italiana doveva compilare una specifica richiesta che si chiamava “domanda di opzione”. In questa domanda di opzione, che divenne il nostro assillo per mesi, ogni cittadino doveva esprimere la propria “preferenza”: rimanere italiano o diventare cittadino jugoslavo. Per la seconda opzione non c’erano problemi ovviamente, mentre per la prima, la domanda poteva essere rigettata; e anche se rifatta poteva essere rifiutata di continuo fiaccando così la determinazione di chi, come la mia famiglia, voleva andarsene. 

«Nel frattempo tutti noi subivamo vessazioni di ogni genere. Mio padre però, uomo forte e determinato, pur subendo le più diverse angherie, non cedette mai e così nel 1957 riuscì, finalmente, a farsi autorizzare il rientro in Italia.

«Alla fine di quell’anno le frontiere vennero chiuse definitivamente e chi non aveva ancora avuto il permesso di andarsene fu costretto a rimanere per sempre, diventando suo malgrado cittadino jugoslavo. Questo provocò una frattura inevitabile all’interno delle famiglie, i cui componenti si trovarono dunque ad essere jugoslavi o italiani a seconda delle situazioni che si erano create. Fu un muro identitario che il Novecento non ha saputo colmare a pieno soprattutto durante la successiva Guerra Civile in Jugoslavia.

«Rimase a Zara così mio nonno paterno perché in carcere, accusato di essere anti-jugoslavo, e i miei zii più giovani, che non avendo la maggiore età non potevano fare domanda individualmente e furono quindi costretti ad attendere la fine della carcerazione del nonno, rimanendo intrappolati in Jugoslavia.

«Io avevo cinque anni quando lasciai Zara con i miei genitori; ma alcuni ricordi sono rimasti indelebili nella mia memoria, come ad esempio la casa dove abitavamo; i miei nonni che venivano a prendermi all’asilo; i giorni vissuti in modo spensierato con i miei amichetti, delle pagine di memoria che non mi abbandoneranno mai. Come non potrò mai dimenticare il giorno della partenza che rimane uno strappo nella mia vita. Tutti i profughi come noi venivano fatti passare nei CSP (Centri di Smistamento Profughi) per il tempo necessario a decidere dove andare a ricostruirsi una vita, tra le opzioni di scelta di un CRP (Campi Raccolta Profughi), in base alla disponibilità dei posti che rimanevano.

«Siamo quindi partiti da Zara con il piroscafo alla volta di Fiume. Da Fiume, con il treno proseguimmo fino a Trieste. Poi, con un altro treno siamo stati trasferiti da Trieste fino a Udine, sede del CSP al quale eravamo stati assegnati. Da lì cominciò la ricerca, da parte di mio padre, di un CRP con disponibilità di posti, ma che fosse in Piemonte o in Lombardia. Questo perché nel suo peregrinare, durante la guerra, aveva capito che quelle erano le regioni in cui si sarebbe potuto trovare un lavoro più facilmente. Capitò così che a Chiari in provincia di Brescia, una caserma chiusa fosse stata adibita a CRP: trattandosi di una città in Lombardia, la scelta di mio padre fu quella di andarci il prima possibile. Così approdammo dal gran Lombardo. Arrivammo a Chiari la notte del 7 dicembre 1959, giorno del mio sesto compleanno, e la nostra prima collocazione fu in una stanza con il tetto rotto e la neve, che io vidi per la prima volta. La coltre nevosa, sciogliendosi per il calore che emanava una piccola stufa, rilasciava di continuo gocce d’acqua, che si tramutarono in una vera e propria pioggia. Così, la mattina dopo, mia mamma andò alla ricerca di qualche contenitore per circoscrivere il problema. Non era questo il nostro tenore di vita a Zara, ma era comunque sempre meglio che al CSP dove quelli che noi chiamavamo “box” erano piccole aree delimitate da corde tirate tra i pilastri e coperte militari che, messe a cavallo delle stesse, limitavano la vista alle altre persone che vi alloggiavano. Sì, è vero, limitavano la vista, ma non i gemiti di sconforto che molti non riuscivano a trattenere.

«Un anno dopo ci spostarono in un’altra stanza che nel frattempo si era liberata e così il disagio fu minore. Tutta la nostra ricchezza consisteva in un tavolo, quattro sedie, una stufa dove si poteva anche scaldare l’acqua e le brande con lenzuola e coperte militari.

«Certo è che non è stato facile, ma sono sempre stato consapevole che abbiamo affrontato l’esodo per ritrovare la Madre Patria. Io, fortunatamente, ero un bambino esuberante e i miei genitori mi davano sicurezza. Non sentivo quindi alcun disagio né senso d’inferiorità nel confronto coi miei coetanei. La convinzione era che il periodo che stavamo vivendo, per non tradire un ideale di amore per la Patria, sarebbe prima o poi terminato e la vita sarebbe sicuramente migliorata. Questa esperienza infatti mi ha insegnato che un ideale non è un pensiero astratto, ma una ricchezza interiore che ti dà forza ed energia, che ti aiuta a superare i momenti di sconforto e ti accompagna nel percorso della vita. A volte un ideale diventa persona che ti sostiene, libro che ti guida nel viaggio interiore che stai compiendo.

«La Jugoslavia di Tito ora è caduta, la guerra civile è finita e ho potuto rientrate nelle terre della mia infanzia per rivederle. A Zara ritorno ancora di frequente, anche per visitare i miei zii ancora viventi, che non hanno avuto la possibilità di seguirci, così come i miei cugini con i quali c’è un legame fortissimo, anche perché mio padre ha sempre voluto che non dimenticassimo chi era rimasto a Zara. Ecco che, allora, i miei genitori mi mandavano dai nonni, una volta terminato l’anno scolastico in Italia per trascorrere l’estate al mare a Zara e stare con i miei parenti. Anche se ai miei genitori, come ad altri, per diversi anni fu vietato l’ingresso in Jugoslavia, io potevo passare il periodo estivo nella mia città natale piuttosto che tra le mura del CRP. Ho potuto e posso, ancora oggi, rivedere la casa dove sono nato e quella dove ho trascorso gli anni prima dell’esodo. In Dalmazia posso respirare ancora l’aria di casa mia là dove visse mio nonno, che nel dopoguerra fu incarcerato dai “titini” e non gli fu mai  concesso di rientrare nella Madre Patria Italia. Rimase infatti a Zara  fino alla morte e per successione mio padre ereditò una parte della casa. Per molti altri esuli questo non fu possibile. «La carcerazione e il sacrificio del nonno» conclude Aldo Duiella, «hanno permesso che anche l’identità e il ricordo materiale potessero sopravvivere. Così oggi, quando sono “a casa mia”, rivivo e riassaporo ogni momento che mi fu negato allora».

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