Foibe ed Esodo a scuola: che fare?

Di Marco Cimmino
Temo che, dovendo parlare dell’impatto del “Giorno del Ricordo” sugli studenti, l’impressione del lettore possa risultare, in qualche modo, falsata dall’idea che la gente ha della scuola. Intendo dire che è difficile trasmettere a chi non sia particolarmente addentro alla materia il desolante disinteresse che i ragazzi sembrano provare per tutto: dagli argomenti più peregrini fino a quelli che dovrebbero far battere il cuore.
La scuola è una catastrofe umana, prima che culturale: nel calderone in cui sono stati messi a bollire concetti astrusi, teorie disastrose, regole insensate, non è rimasto spazio per le semplici basi della vita umana. Il buonsenso, la carità, la logica.
Perciò, se devo spiegare quale sia, secondo me, il modo migliore per sensibilizzare la platea studentesca sul tema dell’Esodo e di tutto ciò che vi ruota intorno, è necessario premettere questo dato: non è tanto questione di modi, né tampoco di argomenti. È questione di apatia emotiva e intellettuale: questi giovani sono stati delusi, frastornati, anestetizzati dalle bubbole che sono state ripetute loro come un mantra per anni e, adesso, non fanno alcuna differenza tra amor di Patria e cyberbullismo. Si disinteressano di entrambe le cose con la medesima noia. Tutto appare loro come una via di mezzo tra una truffa e un’inutilità, come qualunque cosa provenga loro dal mondo degli adulti.
Credete che esageri? Dovreste provare la sensazione sconsolante di interrompere una lezione appassionata, alzare gli occhi e vedere questi diciottenni che dormono con la testa sul banco o fanno giochini scemi sul cellulare. Colpa loro? No di certo: colpa nostra, che abbiamo permesso ai peggiori di dettare le regole dell’educazione dei nostri figli.
Fatto sta che, oggi, questa è la situazione e con questo dobbiamo fare i conti.
Quindi, cominciamo dalle basi. Chi dovrebbe cercare di trasmettere a questi ragazzi disinteressati e annoiati verità e pathos della memoria dell’Esodo? Gli insegnanti, per la maggior parte, sono del tutto inadeguati: non sanno, non sono capaci di spiegare e, talvolta, sono addirittura ideologicamente quanto ottusamente ostili al trattare la materia, ritenendola propaganda reazionaria o peggio. Insomma, se una volta il negazionismo passava attraverso una scienza antiumana, oggi passa attraverso nessuna scienza: si coniuga, per così dire, con l’ignoranza diffusa della classe docente. Il risultato non cambia, evidentemente.
Ne deriva che, per prima cosa, occorra formare i docenti: alla storia come disciplina scientifica e non ideologica, alla tragedia adriatica come oggetto di analisi storiografica seria, alla trasmissione corretta delle informazioni e alla disamina onesta del fenomeno. E dici poco! È precisamente il contrario di ciò che comunemente avviene, ovvero l’affido del trattamento della materia a sedicenti esperti, forniti solitamente da Isrec (Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea) e simili, carichi del peggior accanimento ideologico e privi degli strumenti di base della didattica della storia.
Bisogna, perciò, che ci si faccia carico della formazione dei docenti, sostituendosi a quelle cellule agit-prop che, ad oggi, ne detengono ancora il monopolio: creare corsi di formazione seri, con docenti dotati di titoli culturali e non politici e con obbiettivi e curricoli chiari e scientifici. Se è difficilissimo penetrare il muro d’indifferenza degli studenti con insegnanti all’altezza, farlo con dei cialtroni politicizzati è semplicemente impossibile.
In secondo luogo, dobbiamo parlare degli strumenti: quelli tradizionali, con questi studenti, ottengono risultato molto scarsi e, pertanto, si deve curare molto l’espetto iconografico, filmico, sonoro, multimediale in senso lato. Bisogna partire da zero e trattare questi maggiorenni come se avessimo di fronte dei bambini: attirarne l’attenzione con luci e colori, se rendo l’idea. È deprimente, lo so, ma è realistico.
A questo proposito, l’istituzione del Museo del Ricordo e l’organizzazione strutturata di visite guidate mi sembra un’opportunità davvero importante.
E poi credo sia fondamentale l’approccio, che non deve essere verboso e cattedratico, ma neppure indulgere alla rappresentazione del dolore (e lo dico con tutto il rispetto del mondo per chi ancora ricorda e racconta quelle tragedie): i giovani non amano né la parola calata dall’alto né la teatralizzazione della realtà, ma vogliono una narrazione piana, sincera e lineare. In definitiva, si deve parlare il loro linguaggio, per veicolare valori e concetti che per loro sono quasi del tutto nuovi: se devo trovare un esempio nel passato, mi viene in mente il maestro Alberto Manzi, con il suo “Non è mai troppo tardi”. Ai tempi, Manzi riuscì ad alfabetizzare, grazie alla televisione, un pubblico che era ancora largamente analfabeta: oggi, bisogna che noi accettiamo l’idea di essere di fronte ad analfabeti storici e che ci confrontiamo con loro partendo davvero dai concetti di base. Manzi comunicava con esattezza e semplicità: lo stesso si dovrebbe fare, nel parlare di foibe e di Esodo, rimarcando le analogie tra tutti i fenomeni genocidiari (i ragazzi apprezzano molto le dimostrazioni per analogia), ma anche sottolineandone le peculiarità.
E qui si colloca l’ultimo aspetto della mia concisa trattazione: la necessità di padroneggiare appieno l’argomento, per potersi muovere agevolmente nel campo della storia comparativa. Ogni attore di questa tragedia deve essere messo a nudo, attraverso meccanismi di comparazione storica: in questo modo, la narrazione acquista credibilità, ma anche i processi cognitivi degli studenti s’incanalano sulla giusta strada. E, infine, ogni operazione di ricerca, tanto in rete quanto di ordine bibliografico, va seguita e aiutata in maniera stringente dall’insegnante: ci si muove in un ambiente assai inquinato e friabile, storicamente parlando e, pertanto, una guida sicura e chiarificatrice è assolutamente necessaria. Insomma, il docente è il regista di questa operazione educativa e su quello ci si deve particolarmente concentrare. Ovvio che, in conclusione, siano la scienza e la passione, la testa e il cuore, a fare la differenza tra un fallimento educativo e un successo: alla base di tutto sta l’avere a cuore la storia e i personaggi di questa nostra grande tragedia nazionale. Solo così si può fare comprendere agli studenti le due cose essenziali di tutta la storia dell’Esodo e delle foibe: la prima è che fu una colossale tragedia. La seconda è che fu nazionale e, perciò, ci riguarda tutti. Studenti compresi.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.


