Finalmente onorati degnamente i ventisette Caduti di Ossero

di Cristina Di Giorgi

Nel maggio del 2019, nel cimitero di Ossero, sull’isola di Cherso, venne scoperta una fossa comune. In quell’occasione furono riesumati ventisette corpi, tutti allora non identificati. Si sapeva però che nella zona, a Neresine, erano di stanza, inviati da Junio Valerio Borghese con lo scopo di frenare l’avanzata slava, alcuni militi della Decima Flottiglia Mas. Erano una quarantina e tentarono fino all’ultimo di resistere disperatamente. Quelli che sopravvissero alla battaglia, condotta casa per casa, vennero condotti ad Ossero e, in spregio a ogni convenzione e legge bellica, trucidati dai partigiani comunisti titini. Era il fine di aprile 1945 e il contingente si era arreso.

A tanti anni di distanza, grazie anche a un accordo con il governo croato e al lavoro di quanti si sono impegnati per rendere il giusto onore alle vittime della violenza scatenatasi sul confine orientale italiano a cavallo della fine della Seconda guerra mondiale, è stato possibile effettuare scavi dove era noto fossero stati seppelliti i resti di ventuno Marò della Decima, di sei militi della compagnia Tramontana della Milizia di difesa territoriale di Cherso e forse di alcuni soldati tedeschi (FederEsuli nel 2008 aveva già fatto apporre sul posto una targa con i nomi dei caduti). Dopo la riesumazione, i resti sono stati ricoverati in cassette di legno coperte da tricolori e traslate in Italia.

In seguito, nel 2021, su Panorama e La Verità, il giornalista Fausto Biloslavo aveva ricostruito la vicenda, pubblicando le fotografie delle riesumazioni condotte da Onorcaduti e lanciando anche una raccolta fondi per poter effettuare gli esami del Dna sui resti recuperati, in modo da poterli identificare. Grazie anche alla folta e generosa adesione dei lettori, dopo un lungo lavoro in laboratorio gli anatomo-patologi dell’ateneo di Bari e un’équipe dell’Istituto di medicina legale, con la supervisione dell’Università degli Studi di Trieste, sono riusciti a ridare un nome e un cognome a undici salme.

Nei giorni scorsi, dopo ottant’anni dalla loro morte, tutte quelle ventisette vittime italiane della violenza titina sono state tumulate nel Sacrario dei Caduti d’Oltremare di Bari e, finalmente, per loro sono arrivati i doverosi onori. La toccante cerimonia si è svolta il 13 dicembre alla presenza dei familiari di alcuni degli identificati. C’era anche, tra gli altri, il senatore Roberto Menia, promotore della legge istitutiva del Giorno del Ricordo, secondo cui «ricordare oggi ragazzi che morirono in difesa dell’Italia è meraviglioso, vuol dire restituire loro l’onore e anche trasmettere qualcosa ai giovani» riferisce la Gazzetta del Mezzogiorno. Che riporta anche la testimonianza di Fausto Biloslavo, anche lui al Sacrario militare: «È un atto dovuto di umana pietà. Erano militari italiani, prigionieri di guerra trucidati nell’ultimo lembo di Italia» ha commentato il giornalista, da sempre impegnato per la ricerca e la diffusione della verità sulla tragedia delle foibe. Quello di Ossero «è un caso unico a livello nazionale. In quarant’anni di racconti di guerra»ha concluso, «ho visto tanti morti e fosse comuni. Avere contribuito a dare un nome e un cognome a caduti quasi ottant’anni fa mi tocca nel cuore».

Francesco Rismondo, l’Assunto di Dalmazia

Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.

Il vescovo Polesini torna a Parenzo

Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.

A Norma Cossetto

Era il 4 di ottobre, forse il 5 di ottantatré anni fa. Di sicuro c’è che la ragazza aveva i polsi legati dal filo di ferro e fu costretta a forza, dopo giorni e notti di violenze subita dai partigiani titini, a raggiungere Villa Surani, il luogo del suo ultimo martirio.