Don Francesco Giovanni Bonifacio

11 settembre
Due SS. Messe a Crassiza e Trieste, un pellegrinaggio diocesano con sosta al cimitero di San Vito e alla ristrutturata casa parrocchiale di Crassiza, il docufilm “In odium fidei - I martiri cristiani della persecuzione titina” presentato al Venicefilm, due volumi a firma di Mario Ravalico e Diego Masiello.
Non solo, ma soprattutto così l’Italia ha ricordato gli ottant’anni dal martirio di don Francesco Bonifacio.
Diciotto anni dalla sua beatificazione sotto il pontificato di Benedetto XVI
Nato a Pirano, seminarista a Capodistria, ordinato sacerdote nella Cattedrale di San Giusto. È il curato di Villa Gardossi-Crassiza nelle colline tra Buie e Grisignana: 1.300 anime che segue, conforta, protegge. Insegna la dottrina ai bimbi, prende cose dalla sua dispensa per i poveri, visita i malati, bussa con il suo bastone alle porte degli anziani soli.
L’11 settembre 1946 viene ucciso in una foiba non lontano da casa. Di ritorno dopo aver confessato a Grisignana, viene fermato da un manipolo di militari jugoslavi e “guardie popolari”. Diversi testimoni lo vedono strattonato e poi costretto a seguire gli aggressori nel vicino bosco.
Non se ne saprà più nulla né il corpo sarà mai ritrovato.
Sono quasi tre anni - dall’8 settembre ’43 - che Don Francesco si prodiga per soccorrere tutti e comunque, per difendere soprattutto la sua gente dalle angherie, dalle esecuzioni sommarie.
È malvisto, c’è l’ideologia comunista da imporre, e non appoggiare i disegni di annessione slava o la stesura delle liste di proscrizione dei presunti criminali italiani sono una provocazione che non può passare impunita.
Saranno più di cinquanta gli uomini e le donne di chiesa torturati e infoibati. Tra l’aggressione a monsignor Santin e il martirio di don Miroslav Bulesic ci sono centinaia di storie nascoste, colpevolmente e intollerabilmente dimenticate allora come, purtroppo, ancora adesso.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.


