Danilo Stiepovich, un triestino con il comandante Todaro

di Roberto Amorosino
C’è una strada di Ostia dedicata al triestino di origini dalmate Danilo Stiepovich. Lontana da tutto, dalla memoria di tutti, due chilometri dal mare. Cede la rete fognaria, cede l’asfalto, solo il degrado parla. La fitta oscurità.
Danilo, medaglia d’oro al valor militare, è veterano delle campagne di Etiopia e Spagna.
Gennaio 1941, il sommergibile Cappellini è nella zona delle isole di Capo Verde, la missione è intercettare il traffico atlantico del nemico. Giorni di attesa, poi d’improvviso il grosso piroscafo si materializza, si chiama Eumaeus, trasformato in incrociatore ausiliario e armato di due cannoni.
Il nostro sommergibile lo punta per accorciare la distanza, ma non riesce ad andare sotto i 1500 metri, gittata favorevole agli inglesi e impossibile per le armi di bordo degli uomini del comandante Todaro. L’Eumaeus spara, colpi esplodono intorno al sommergibile e schegge finiscono in coperta, ci sono feriti a prua, nessuno recede, nessuno vuole farsi medicare soprattutto quando è chiaro che la nave è finalmente a tiro e si può rispondere.
Il puntatore scelto Antonio Mulargia scrolla il sangue dal viso come fosse sudore. Centro e ancora centro. La nave inglese diminuisce la velocità, deve essere stata colpita in qualche punto vitale, ma continua con i due cannoni di poppa, e ce ne deve essere un terzo antiaereo presso la plancia.
Ci sanno fare i “brits”, niente da dire, una raffica ben indirizzata arriva in torretta. Qui c’è Danilo alle mitragliere, è un attimo: la gamba maciullata. Era lì da due minuti, il tempo di prendere il posto di un marinaio ferito.
Il comandante chiede ai suoi di portarlo al riparo, ma il tenente Stiepovich risponde a brutto muso: «Lasciatemi qui. Voglio vederlo affondare».
Un siluro, oramai sono solo 700 metri, e la nave si piega dopo l’ennesima esplosione, stavolta all’altezza dell’albero prodiero.
Sbucano fuori uomini a centinaia. Cos’era? Una nave trasporto truppe. Tremila uomini che cercano scampo in qualche modo. Il combattimento è durato più di due ore e il punto di affondamento è a miglia 118 per 285 gradi da Capo Sierra Leone. Danilo ha visto tutto e adesso, trasportato in infermeria, ha ancora un ultimo desiderio: avere accanto a sé la bandiera di combattimento del sommergibile.
L’immersione, non facile per il malfunzionamento di una valvola di allagamento, è accelerata da un attacco aereo. Ancora danni alle casse assetto, ai motori elettrici principali, alle batterie accumulatori.
Bordeaux è troppo lontana, si lavora senza sosta per le riparazioni, obiettivo possibile il porto di La Luz nelle Canarie. Durante la navigazione il cuore di Danilo si ferma dopo poco più di ventotto anni di frenetica attività.
La vita
Nato a Trieste da una famiglia di origini dalmate, frequenta il Nautico dove esce con il diploma di capitano marittimo. A 22 anni è aspirante sottotenente per la direzione di macchina. Cinque anni imbarcato sul sommergibile Filippo Corridoni, Etiopia e Spagna contro una manciata di settimane a terra. Il 10 giugno 1940 è di servizio sul Cappellini, tenente direttore di macchina, è con Todaro, è a Betasom, è con i suoi ragazzi.
Una strada a Ostia, una piazza nella sua Trieste, all’epoca il ricordo attraverso le illustrazioni di Walter Molino e di Vittorio Pisani e, più recentemente, qualche frammento nella ricostruzione cinematografica de Il Comandante per la regia di Edoardo de Angelis (2023) dove Arturo Muselli interpreta Danilo Stiepovich.
La Medaglia d’Oro
“Imbarcato su di un sommergibile atlantico, durante aspro e lungo combattimento contro un incrociatore ausiliario, prendeva volontariamente il posto di un puntatore di mitragliera ferito. Gravemente mutilato dallo scoppio di una granata nemica, rifiutava ogni soccorso per non distogliere dal suo compito il personale impegnato nel combattimento e chiedeva soltanto di poter assistere all’affondamento della nave avversaria. Ultimata vittoriosamente l’azione, mentre l’unità era fatta segno a violento attacco aereo, continuava ad incitare l’equipaggio e spirava serenamente dopo lunghe sofferenze sopportate stoicamente. Magnifico esempio di altissime virtù militari”.
[Danilo Stiepovich, Trieste 21-09-1912 - Oceano Atlantico 14-01-1941]
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.


