Dalla fedeltà a Venezia allo Stato da Mar

di Maria Ballarin
A Venezia, nel sestiere di Castello in riva degli Schiavoni, una targa posta su un palazzo dalla Scuola Dalmata dei Santi Giorgio e Trifone, recita così: “Su questa riva i valorosi soldati schiavoni decisi a difendere Venezia costretti da ingiunzione straniera ad abbandonare la città espressero pubblicamente i plurisecolari legami di fedeltà che univano la Dalmazia alla Repubblica Veneta 1797-1997”. Furono i soldati della Dalmazia, infatti, che tentarono una strenua difesa della città lagunare, a cui erano legati da secoli con vincoli di fedeltà. Ciò dà conto di quanto sia stata lunga e incisiva la presenza della Serenissima in Istria e lungo la costa dalmata.
Si deve al doge Pietro Orseolo II, tra il 998 o l’anno 1000, la spedizione contro i pirati narentani che ostacolavano l’attività commerciale di Venezia nell’Adriatico orientale. Le popolazioni locali accolsero calorosamente il Doge con la sua flotta a cui venne attribuito il titolo di Dux Dalmatiae. Benché questi territori fossero ancora sotto il dominio bizantino, tale evento pose le basi della presenza veneziana in Istria e Dalmazia. Dai vincoli di vassallaggio, si passò ai giuramenti di fedeltà alla Serenissima, ai patti di dedizione delle città rivierasche e interne della penisola istriana, fino a che, nel 1420 questi territori costituirono lo Stato da Mar di Venezia, divenuta signora del Sinus Venetorum. Per questo, quando nel 1796 Napoleone Bonaparte, alla testa dell’Armata d’Italia, giunse sino a Crema, allora città veneta, per poi dilagare a Verona e su tutto il territorio della Serenissima, furono richiamate, in diversi momenti, le milizie territoriali dell’Istria e della Dalmazia a difesa e presidio dei territori occupati dai Francesi.
L’invasione napoleonica e la fine della Serenissima
Il 12 maggio 1797 il doge Ludovico Manin consegnava il potere nelle mani dei giacobini della città e dunque di Napoleone e la Francia occupò Venezia e il suo territorio fino al trattato di Campoformio. In questa sede, il 17 ottobre 1797, l’Austria, che fronteggiava l’avanzata francese nel continente e che aveva già occupato l’Istria nel giugno di quell’anno, la ottenne ufficialmente, insieme alla Dalmazia, a Venezia stessa e alla terraferma tra il Po e il Ticino, territori, questi, che rimasero sotto il suo dominio fino alla fine del 1805.
Tuttavia, nel maggio del 1800, la seconda campagna francese travolse nuovamente la nostra Penisola. Nel 1802 sorse la Repubblica italiana a cui fece seguito, nel 1804, il Regno d’Italia. La vittoria di Napoleone sull’Austria ad Austerlitz nel 1805 impose a quest’ultima la cessione dei territori ex veneti, come venne stabilito dal trattato di Presburgo. Così l’impero del Bonaparte ebbe come confine l’Adriatico e Venezia, Istria e Dalmazia finirono sotto il controllo dei Francesi dal 1806 al 1814.

1811: nascono le Provincie illiriche
Una decisione gravida di conseguenze fu l’istituzione, il 15 aprile del 1811, delle Provincie illiriche. Esse includevano contesti del tutto diversi: la Carinzia, la Carniola, il Goriziano, Trieste, l’Istria Veneta, l’Istria Asburgica, la Croazia militare, parte della Croazia Civile e la Dalmazia, con Ragusa e Cattaro.
L’utilizzo del termine “illiriche” da parte dei francesi si riferiva al concetto geografico di Illiria, che veniva utilizzato dai letterati dalmati per definire gli slavi meridionali. Da qui, nacque l’errata ipotesi di una continuità di popolazione autoctona risalente agli antichi Illiri, che alimentò tra gli intellettuali slavi dell’area l’idea di un’identità slava meridionale, che comprendeva tutti i territori citati[1]. Si crearono così le premesse per il movimento nazionale di rinascita degli slavi meridionali. Dopo la disastrosa campagna di Russia e la sconfitta a Lipsia, l’impero francese si sgretolò rapidamente e il congresso riunito a Vienna assegnò l’Istria e la Dalmazia in via definitiva all’impero asburgico.
[1] Cfr. J Hosler, Storia di una giovane identità europea, Trieste, Beit, 2008, p. 82.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.


