Dal Calvario del dopoguerra alla Legge del Ricordo

di Maria Ballarin
Togliatti: la Venezia Giulia dev'essere jugoslava.
A tutti i costi.
Sul confine orientale italiano, oltre alla guerra per liberare il territorio dai tedeschi, si sovrapponeva quella per instaurare il modello di società sovietica propugnato da Tito e condiviso dai partigiani italiani delle Brigate Garibaldi, le più numerose e di fede comunista. Questi ultimi, sin dal 1944, ebbero sempre più stretti contatti con il IX Corpo dell’Armata Jugoslava e ne abbracciarono il progetto di occupazione e annessione della Venezia Giulia stabilito a Jaice dall’Anvoj (Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia) ma fortemente osteggiata dalle altre compagini partigiane, come la Brigata Osoppo, costituita prevalentemente da cattolici. Un problema che i partigiani della Garibaldi risolsero con un eccidio fratricida: il 7 e l’8 febbraio 1945, presso le malghe di Porzûs (in Friuli), catturarono e uccisero diciassette componenti della Divisione Osoppo.

Contemporaneamente, nei primi governi antifascisti italiani, emergeva la figura di Palmiro Togliatti, capo del Partito Comunista, che ricoprì importanti incarichi ministeriali dal secondo governo Badoglio fino al terzo governo De Gasperi. Nella sua doppia funzione di uomo delle istituzioni e referente ultimo dell’ala comunista della Resistenza, intrattenne rapporti personali e politici con esponenti jugoslavi e sovietici.
Togliatti e Kardelj, braccio destro di Tito, si erano incontrati a Bari nell’ottobre 1944 e, di comune accordo, avevano inviato una lettera riservata a Vincenzo Bianco - uomo del Pci che teneva i rapporti con gli jugoslavi - con la quale si ordinava di consegnare la Resistenza italiana alle direttive dell’esercito di Tito e di favorire in ogni modo l’occupazione della Venezia Giulia (l’eccidio di Porzûs dimostra cosa intendessero con “in ogni modo”). Di tenore analogo, benché in forma istituzionale, una missiva al presidente del consiglio Bonomi, nel febbraio del ’45, mentre su L’Unità nel maggio di quell’anno Togliatti invitava i lavoratori triestini a collaborare con le truppe di Tito.
Togliatti, dunque, che avrebbe dovuto difendere gli interessi vitali dell’Italia era disposto ad alienarne parti consistenti a un paese straniero. Per lui come per tutto il Pci, era perciò del tutto inspiegabile l’afflusso massiccio di popolazione dall’Istria verso la madrepatria. Gli esuli, nella pubblicistica del Partito, vennero quindi descritti come parassiti, briganti, dediti alla borsa nera; furono accolti da manifestazioni sindacali ostili nei porti di Venezia e Ancona; addirittura a Bologna nel marzo 1947, venne negato ogni ristoro agli profughi in treno, compreso il latte per i bambini.
Neanche da parte della Democrazia cristiana apparvero significative prese di posizione a difesa.
L’afflusso della dolente umanità istriana sorprese i governanti italiani, che sistemarono gli esuli in circa 120 campi profughi, ricavati da strutture fatiscenti o da campi di internamento per prigionieri di guerra. Privati delle più elementari garanzie umanitarie, con razioni alimentari da prigionieri e guardati con disprezzo dai connazionali, molti esuli rimasero in queste condizioni fino alla fine degli anni ’60, continuando a seguire con trepidazione le sorti del capoluogo giuliano.
Trieste torna all'Italia
Il 20 marzo 1948 Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna si dichiararono favorevoli alla restituzione di Trieste all’Italia, mentre L’Unione Sovietica pose il veto.
Nell’estate del ’53 Tito concentrò le forze armate lungo il confine e lo stesso fece il presidente del Consiglio Pella. La tensione salì il 5 e 6 novembre del 1953, quando, con imponenti manifestazioni represse nel sangue dagli inglesi, i cittadini del capoluogo giuliano reclamarono il ritorno di Trieste all’Italia.
Solo il 5 ottobre 1954 venne firmato a Londra il Memorandum d’Intesa tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Jugoslavia, che pose fine al governo militare del Territorio Libero di Trieste; il passaggio della città all’amministrazione civile italiana avvenne il 26 ottobre, mentre la zona B rimaneva in amministrazione provvisoria jugoslava (ma considerata definitiva dagli occupanti).
Circa vent’anni dopo, il 10 novembre 1975, Italia e Jugoslavia siglavano a Osimo, quasi di nascosto, il Trattato che poneva fine alla controversia sui confini e riconosceva l’appartenenza della zona A all’Italia e della zona B alla Jugoslavia.
Il 3 aprile 1977, nella pressoché totale indifferenza dell’opinione pubblica italiana (solo il Msi manifestò contro la firma), il Trattato fu ratificato a Belgrado.
Svuotatasi della sua popolazione originaria, era così definitivamente scomparsa la vivace civiltà istriana, fiumana e dalmata, frutto di due millenni di confronto e incontro tra popoli diversi, unificati dal mondo romano e veneziano.
La cultura ufficiale del nostro Paese ha quasi totalmente ignorato tali vicende, è ancora arduo trovarne traccia nei testi di storia scolastici e accademici, nonostante la fitta e abbondante documentazione scientifica in merito. Tuttavia, come un fiume carsico, la memoria degli Esuli ha tenacemente scavato in profondità, tramandando storie famigliari, dialetto, ricordi dei luoghi natii, riportati alla memoria ufficiale solo dopo la dissoluzione della Jugoslavia nella violenta guerra civile.
L’istituzione del Giorno del Ricordo, nato con la Legge 30 marzo 2004, ha finalmente dato voce al Calvario delle genti giuliane, fiumane e dalmate e portato alla luce una storia nazionale colpevolmente nascosta, ma della quale, ancora oggi, in quei luoghi parlano le pietre.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.





