«Comandami di correre e mi sforzerò di affrontare cose impossibili»

William Shakespeare, Giulio Cesare, atto II
Impossibile, per me figlia di un esule dalla bellissima Orsera, Istria, immaginare prima di oggi un momento di tale intensità emotiva nella mia città, che parlasse di noi con questa potente forza emblematica.
Eppure è successo. È come se la Corsa del Ricordo fosse stata utilizzata per permetterci di abbandonarci al mondo che tutti desideriamo segretamente: un mondo in cui nessun ostacolo è abbastanza grande da fermare l’espressione fisica dei nostri ricordi più intimi, dei nostri sentimenti.
Si è corso, a Grosseto come in ogni altra tappa italiana della Corsa, perché correre è un simbolo della vita. Devi sforzarti per superare gli ostacoli. Potresti temere di non farcela. Ma poi raccogli la tua forza interiore e ti rendi conto di essere capace di molto più di quanto supponessi.
Ogni corsa è un’opera d’arte, un disegno sulla tela di ogni giorno. Alcune corse sono urla e altre sussurri. Alcune corse sono elogi e celebrazioni della fatica, del sacrificio.
Ma nella Corsa del Ricordo correre è un’alba. Correre è un battito cardiaco. Pulsazioni di vita e ritmo. Correre veloce come una freccia. Un palpito di ciglia. Rapido come un battito cardiaco. Come una stella cadente. Fulmineo come un’ombra.
La Corsa è stata usata come metafora per tante situazioni, e giustamente. Ha elementi che pervadono tanti sforzi: disciplina, perseveranza, allenamento e abnegazione.
Ma io non amo ricorrere a questa figura retorica per descrivere la Corsa del Ricordo, nella sua genesi e nel suo diffondersi, perché sono figlia di un esule, la mia famiglia ha subito l’esodo in ogni sua più dolorosa declinazione, e sono un’italiana istriana.
E per noi è diverso, non possiamo limitarci all’avvenimento sportivo.
Stranamente, più si corre, più le cose diventano chiare. In realtà, è piuttosto sorprendente ciò che la nostra mente evoca quando si è soli nella propria testa per un lasso di tempo reale, come una corsa. Anche se la vita si muove intorno a noi, siamo completamente soli. È come se ci trovassimo in una versione bizzarra di isolamento che peraltro si muove.
E non esiste neanche la corsa perfetta. Come non esiste la vita perfetta…
La metafora non è più letterale. Il mondo si capovolge. La realtà fa capolino tra le crepe. La solitudine e il dolore. La confusione e la perdita. Il respiro affannoso, la ferita nel fianco. Un coltello che sfiletta il cuore. Il centro, pulsante.
Con la Corsa del Ricordo siamo andati oltre il mondo della metafora e della similitudine, nel luogo delle cose che erano e che oggi sono.
Non si corre soltanto con il corpo, ma anche con il cuore: con storie, lacrime, desideri, tanta energia di trasformazione, voglia di cambiare le cose come sempre ci hanno accompagnato, ma ora non più.
Oltre alla sfida fisica di essere una gara di corsa, è il significato più ampio che la rende speciale, sublime, straordinaria.
E in quei momenti in cui le gambe si muovono in avanti con tanto sforzo, bisogna rincorrere e cogliere la gioiosa bellezza che descrive l’anima di questa Corsa, la bellezza perduta di Istria, Fiume, Dalmazia e dei suoi italiani.
Una bellezza che va accarezzata, riconquistata, va ascoltata attentamente, perché abbiamo battuto le nostre mani per celebrare la Corsa e i suoi partecipanti, mentre quello che percorrevano era l’apologo del viaggio sì doloroso ma pieno di valore, dignità, forza morale della vita dei nostri, dei miei italiani del confine orientale.
F.C.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.


