Colautti e Salvi, due dalmati al Verano

Colautti e Salvi, due dalmati al Verano: giornalisti e patrioti, protagonisti delle battaglie per l’irredentismo e per l’Italia.
Colautti e Salvi, due dalmati al Verano: giornalisti e patrioti, protagonisti delle battaglie per l’irredentismo e per l’Italia.
di Roberto Amorosino A due passi dal monumento funebre per Goffredo Mameli, nel cimitero monumentale di Roma, al Verano, quasi a prestar servizio di guardia d’onore, ci sono altri due italiani con tanto in comune: radici, battaglie, destino. Arturo Colautti era uno tosto si direbbe ora. Quando muore a Roma, a sessantatré primavere, le autorità vietano le esequie pubbliche. Sono giornate di fuoco, novembre 1914, l’ingresso in guerra è lontano sei mesi, ma Arturo è già da un pezzo in prima fila a sostenere l’intervento. Lui che in gioventù aveva dovuto indossare la divisa austroungarica. Nato a Zara, studi tra Graz e Vienna, cresce con la passione per il giornalismo e l’amore per l’Italia. Ci va giù duro con penna e inchiostro, ma se serve mena pure le mani. Si attacca con i soldati austriaci, con gli avventori al bar, arriva a sfidare a duello Matteo R. Imbriani, esponente del partito radicale storico per chissà quale ottocentesca diatriba. Si laurea, fonda giornali, si sposta seguendo istinto e inquietudine. A Fiume dirige La Bilancia, a Zara Il Dalmata. A Spalato, nel 1876, fonda La Rivista Dalmatica di cultura e letteratura. Quando l’aria - più delle percosse fisiche e morali - diventa pesante decide per l’esilio dorato nel Regno d’Italia. Padova, Milano e soprattutto Napoli dove fonda Il Corriere del Mattino per passare poi alla direzione de Il Corriere di Napoli.  È giornalista, ma spazia dai romanzi alla poesia, alle opere teatrali. Al talento sposa le amicizie intellettualmente giuste, quelle che apprezzano la sua vis polemica e sanno rilanciare. Carducci, il Vate, Oriani. Arriva a Il Corriere della Sera di via Solferino dove gli chiedono di coprire il conflitto russo-giapponese del 1904 sotto lo pseudonimo di “Fram”. Arturo può scrivere di tutto, vive nel suo tempo e dei suoi contrasti, si ritrova a inseguire la tendenza naturalista e nichilista, ma la sua unica, vera bussola mira al nazionalismo, all’irredentismo dalmata. Muore, chissà come, nella città capitale della sua Idea che oggi lo ricorda con una strada di Monteverde. Se vi va, portate un fiore alla sua tomba, imponente omaggio, che condivide con Ercolano Salvi.  Salvi, altro combattente. Dieci anni più giovane, difficile pensare che i due si siano incontrati nei giorni universitari di Graz, ma di certo più avanti quando l’amor di patria indirizza verso scelte forti. Ercolano è punto di riferimento, sulle orme di Antonio Bajamonti, dell’autonomismo dalmata filo-italiano e di tutta la comunità della sua Spalato. È con i giornali che i due patrioti si trovano: Arturo scrive, Ercolano anche, ma rivendica azioni politiche concrete. A Spalato, Sebenico, Ragusa e altrove, nuove scuole italiane sono risultato delle sue battaglie. Sovraesposto, finisce nel mirino della repressione austroungarica: alto tradimento, due anni tra carcere e confino prima dell’amnistia. A guerra conclusa, il tramonto della speranza dell’annessione di Spalato esacerba la sua vena irredentista. Nel gennaio 1919 è promotore al Palazzo Ducale di Venezia di un convegno per ribadire «in nome della tradizione storica di San Marco, il diritto di annessione della terra dalmata all’Italia». Polemicamente impossibilitato a partecipare («Della mia ripugnanza a sermonare una radunata comoda»), Gabriele d'Annunzio invia una lettera ai Dalmati dove si trovano le basi della politica interventista che porta, pochi mesi dopo, alla “festa della rivoluzione” di Fiume. L’accordo di Rapallo è l’ultima pagina amara, Salvi protesta con Roma senza mezze misure. Parole incandescenti, notti insonni a redigere comunicati, preparare discorsi, scrivere articoli con preghiera di pubblicazione. Pochi giorni dopo, la sera del 16 novembre 1920, il cuore dice basta. Sul comodino resta socchiusa la lettera che conferma la nomina a senatore del Regno recapitata poche ore prima. Anche Ercolano adesso ha una via romana nel quartiere Giuliano Dalmata dove quel sacrificio e quel riscatto sono casa degli eredi, talvolta distratti, del passato. Chiude così la lettera ai Dalmati di d’Annunzio: «Nella battaglia di Lepanto i quindici eletti a custodire lo stendardo di San Marco su la nave capitana furono tutti Dalmati di Perasto. Dei quindici otto morirono con le armi in pugno, sotto i sacri occhi di Sebastiano Venier, difendendo l’insegna della Dominante fino all’ultimo». [Arturo Colautti, Zara 1851 - Roma 1914]  [Ercolano Salvi, Spalato 1861 - Roma 1920] 

Francesco Rismondo, l’Assunto di Dalmazia

Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.

Il vescovo Polesini torna a Parenzo

Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.

A Norma Cossetto

Era il 4 di ottobre, forse il 5 di ottantatré anni fa. Di sicuro c’è che la ragazza aveva i polsi legati dal filo di ferro e fu costretta a forza, dopo giorni e notti di violenze subita dai partigiani titini, a raggiungere Villa Surani, il luogo del suo ultimo martirio.