Cinquant’anni fa si consumava il trattato di Osimo

di Marco Cimmino
A Bled, in Slovenia, quelli che hanno i capelli grigi se li ricordano bene, Tito e Kennedy che flirtano in barchetta sul meraviglioso Blejsko Jezero: il capo di una dittatura comunista e quello del Paese che si proclama nido della democrazia, come due fidanzatini.
Unica differenza, tra una camporella e questi due, le decine di uomini dell’UDBA a fare la guardia. Insomma, cani e gatti, al tempo della Guerra Fredda, mostravano reciprocamente le unghie ma, se necessario, facevano le fusa.
Fu il trionfo della Real Politik, la Guerra Fredda: un conflitto senza spazio per l’eroismo o l’impeto, ma tutto giocato sulla furbizia e la spregiudicatezza.
Perfino noi italiani, a un certo punto, sembrammo furbi e spregiudicati: solo che lo facemmo per ottemperare agli ordini dei nostri padroncini americani e contro i nostri interessi nazionali. Anzi, contro la nostra stessa Nazione.
Il 10 novembre di 50 anni fa, a Osimo, dei politici vilissimi e una politica servile e ipocrita compirono l’atto più infame che si sia visto in epoca repubblicana, che pure di infamie ne ha sopportate tante: il ministro degli esteri italiano, Mariano Rumor, e il suo omologo jugoslavo, Minic, firmarono un trattato che cedeva alla NFY l’italianissima “Zona B”, ovvero il territorio triestino, da poco a sud di Muggia fino a Cittanova.
In ballo c’erano zone a sviluppo industriale, lavori pubblici, ma, soprattutto, il desiderio di tenersi buoni gli Slavi del sud, da decenni pencolanti tra Oriente e Occidente, tra nazionalismo e internazionalismo, tra i Gulag e i Lager. Come credo sia noto, già una larga fetta dei territori adriatici erano stati ceduti a Tito, in riparazione dei danni di guerra, mercé il sentimento filoatesino e per nulla filoistriano di De Gasperi: quelle popolazioni furono le protagoniste di un esodo, per così dire, a puntate: nel 1945, nel 1947, nel 1954.
Con Osimo, anche le terre che sembravano immuni dall’avidità jugoslava finirono nel tritacarne. E la popolazione che restò dovette passare da padrona in casa sua a ospite visto di sguincio, considerata come un retaggio del fascismo e, potenzialmente, ostile al regime di “libertà e progresso” che Josip Broz aveva instaurato.
Il Broz, non molto tempo dopo, sarebbe andato a render conto a Minosse, tanto della libertà quanto del progresso, ma ormai il danno era fatto e cosa fatta, come si dice, capo ha.
Perciò, la Zona B restò jugoslava e, dopo la guerra d’indipendenza, slovena.
A nulla valsero gli appelli, le manifestazioni di piazza guidate dal Movimento sociale italiano, l’unico partito che osò prendere posizione (anch’io, quindicenne, sfilavo gridando che la Zona B era Italia), le autorevoli opinioni: era il momento, ahimè, delle decisioni irrevocabili. E tanti saluti a Capodistria, a Pirano, a Buie, diventate, du tac au tac, Koper, Piran, Buje. E gli italiani, si sono trovati a dover dire Hvala lepa! e Dober dan! Proprio un bell’affare…
E allora ricordiamoci chi furono i protagonisti dello scempio. Presidente del Consiglio era Aldo Moro, che, quasi per una sorta di orribile contrappasso, sarebbe stato ammazzato dai comunisti meno di tre anni dopo. Presidente della Repubblica era Giovanni Leone, che non ebbe neppure bisogno di contrappassi: terminò la sua carriera tra lazzi e insulti. Ecco, questi sono gli statisti, insieme a Rumor, che dobbiamo ringraziare per Osimo. Loro e i partiti che li sostenevano (del Pci è superfluo parlare, per ovvi e tristissimi motivi).
Dopo cinquant’anni, sarebbe ora di proclamare a chiare lettere che quel trattato fu un’immane porcata.
Varrebbe anche la pena di studiarsela un pochino la storia di quegli anni, perché ho come l’impressione che di analoghe porcate ce ne siano state parecchie. Ma, forse, è ancora troppo presto per la verità.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.



