Cercheremo di essere degni di te

di Marco Cimmino
In memoria di Giuseppe Parlato
Nell’ambiente accademico italiano, non mancano studiosi che abbiano dedicato passione e fatica all’oggetto primo della propria ricerca: gente seria, caparbia, capace. Così come il mondo è pieno di gente umile, disponibile, disposta all’ascolto e pronta a dare una mano. Tuttavia, è piuttosto raro che queste due caratteristiche coincidano in un’unica persona: che, insomma, uno sia bravo e buono, per parafrasare l’adagio classico.
E sempre per giocare alla parafrasi, i nostri progenitori usavano dire: de mortuis nihil nisi bonum.
Eppure, molto spesso, quando muore un personaggio pubblico, fioccano dei necrologi di circostanza, dietro cui si celano sentimenti assai meno caritatevoli, come l’invidia, il sollievo, la cialtronesca speranza di cavarne un guadagno. Ecco, nel caso del transito di Giuseppe Parlato, che nonostante la malattia ci ha preso tutti alla sprovvista, la percezione comune è veramente quella di aver perso una persona rara, per cui celebrarne le qualità ed esprimere rimpianto non è affatto una manifestazione convenzionale di cordoglio: è cordoglio vero, che ci sale dal profondo dell’animo.
Perché Giuseppe era davvero bravo e buono e lascia dietro di sé un autentico vuoto, in chi abbia avuto il privilegio di conoscerlo e di condividerne, per un tratto, il cammino. Quanto, poi, alla Rivista Dalmatica, si aggiunge a tutto questo anche un terzo motivo di compianto: Giuseppe Parlato è stato un autentico paladino della lotta per la ricostruzione autentica della storia dell’Esodo e dei contesti, delle vicissitudini, delle anomalie storiografiche che hanno accompagnato il destino degli esuli. Non l’ha fatto sbraitando e inveendo - come certe negazioniste di nostra conoscenza - e neppure l’ha fatto prendendosi il palcoscenico: questo non faceva parte del suo stile.
Giuseppe era una persona seria, senza essere serioso: un patriota convinto, senza esibire medagliette o sbandieramenti. Diciamo che non ne aveva bisogno: tale e tanta era la sua competenza da non necessitare di infiocchettamenti, per essere compresa. Ed era umile: cosciente della propria scienza, ma anche della vastità insondabile della materia storica, come tutti i veri sapienti. Se adesso leggesse quello che sto scrivendo di lui, con ogni probabilità mi chiederebbe: ma sei scemo?
Era così, Giuseppe Parlato: un campione di understatement e, al contempo, un lottatore travestito da persona comune, quasi un borghese piccolo piccolo. Ma era un lottatore, invece, di quelli che non mollano: in un ambiente accademico in cui abbondano i lupi e le jene, lui, formatosi alla scuola del più diffamato degli storici contemporanei, Renzo De Felice, colpevole di avere scelto di studiare a fondo il fascismo, non godette mai delle trombette di Stato, delle spintarelle che vengono offerte, in Italia, a chi la pensa e la dice in un certo modo.
Quello che ha ottenuto, l’ha ottenuto con la virtù, non certo con la sola fortuna. Ed è arrivato all’ordinariato, alle cariche, agli incarichi: ma ci è arrivato col suo lavoro, con la sua scienza, non con qualche maniglia. E, anche da ordinario universitario, non si è mai seduto sugli allori: non ha mai rinunciato a offrire il proprio sapere a chi gliene chiedesse un pochino.
Caro, generoso, Giuseppe: ci mancherai molto. Perché uomini come te, purtroppo, sono perle rare. E, osservando tanti nostri colleghi che fanno la ruota come i tacchini, in virtù di quattro imparaticci ripetuti a pappagallo, o di qualche pubblicazione da due soldi, la nostalgia per la tua correttezza, il suo sapere, la tua modestia, ci rende lo strappo ancora più doloroso.
Arrivederci, caro Giuseppe: cercheremo di essere degni di te.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.


