“Cantime Rita in italian!”, al Teatro nazionale di Fiume il nuovo anno canta italiano

concerto Fiume

di Roberto Amorosino

Il concerto di inizio anno del Teatro nazionale croato Ivan de Zajc di Fiume-Rijeka (lo trovate su Youtube: https://www.youtube.com/live/jR-wQe7VHuI) è stato una scossa tellurica di una manciata di minuti, da 12’45” a 16’20”, tanto da far tremare il soffitto dei fratelli Klimt, il neobarocco e gli stucchi dorati, non con l’intensità delle bombe anglo-americane del gennaio ’44 ma, in senso figurato, quasi. 

Scossa accompagnata da avvertimenti e assestamenti, prima e dopo, con parole attente a una narrazione tanto “diplomatica” quanto, probabilmente, sentita da quei discendenti dei “rimasti” (gli italiani che nel secondo dopoguerra scelsero di restare nel nuovo Stato jugoslavo) ai quali poco o nulla è stato raccontato sulle tragedie e le reali motivazioni che accompagnarono quelle scelte. Quei discendenti che, lontani dal tempo del dolore, cercano istintivamente quei legami che le loro famiglie scelsero di recidere o furono costrette a farlo. Ma il teatro Verdi di Fiume ne ha sentite di tutte le note e viste di tutti i colori da quando, nel 1946, la memoria è stata sverniciata. Ma siamo nel 2025 e può succedere quello che nessuno, fino a qualche anno fa, avrebbe immaginato.

Stavolta qualcuno non ha capito, qualcuno non si è capacitato, qualcuno ha applaudito quando sono risuonate le note di Dime Rita, la canzone simbolo di Fiume: «Cantime Rita, cantime bela/ nela soave, dolce favella/ che xe l’orgoglio de ogni Fiuman/ cantime Rita in Italian!».

Il testo è di Arrigo Ricciotti, la musica di Achille La Guardia, il padre di Fiorello, il sindaco più popolare di sempre di New York. Achille è di Cerignola, Foggia. Ha la musica nel sangue, solo l’amore per Irina sarà più grande. Il giorno delle nozze celebrate a Trieste, la città di lei, si imbarcano per il sogno americano. Nonno garibaldino, Arrigo se ne dimostrerà degno: non sempre servono le armi in prima linea contro avversari e sorte. Lui insegna banjo e cornetto alla figlia Gemma, mandolino e violino al piccolo Fiorello, chiamato così nel ricordo di nonna Fiorina.

Achille La Guardia, 1849-1904
Achille La Guardia, 1849-1904

Achille conduce bande ovunque, dalla fanteria americana alle destinazioni più disparate: Trieste austriaca, Svizzera, la nave tra Amburgo e New York, addirittura Indonesia. Compone e si fa apprezzare, ha solide basi – il conservatorio a Napoli – e un cuore che batte forte per la nostra musica, per l’Italia. I problemi di salute e mille peripezie accelerano il destino già scritto sulla scia bianca della nave che lo riporta sulla costa adriatica. È Capodistria l’ultima dimora prima del silenzio fuori ordinanza che lo accompagna al camposanto anglicano di via Slavich, sempre a Trieste. 

Dime Rita diventerà nostalgia lontana da casa, vincerà premi prima e volerà con la voce di Nilla Pizzi poi. Sarà inno soffocato nei campi profughi e riapparirà nelle cene di Natale all’altro capo del mondo. Melodia di chi non c’è e mai ritornerà.

“Dramma italiano” si chiama oggi la compagnia di prosa nella nostra lingua del teatro nazionale croato di Fiume. Tocca a loro trasmettere alle nuove generazioni una cultura millenaria che parla ancora non solo “nelle pietre”, ma anche nello spazio magico del palcoscenico.

Francesco Rismondo, l’Assunto di Dalmazia

Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.

Il vescovo Polesini torna a Parenzo

Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.

A Norma Cossetto

Era il 4 di ottobre, forse il 5 di ottantatré anni fa. Di sicuro c’è che la ragazza aveva i polsi legati dal filo di ferro e fu costretta a forza, dopo giorni e notti di violenze subita dai partigiani titini, a raggiungere Villa Surani, il luogo del suo ultimo martirio.