Biblioteche adriatiche. Una recensione

Carlo Cetteo Cipriani
Recentemente Coordinamento Adriatico ha pubblicato il volume Biblioteche adriatiche, storie e destini (Ronzani Editore). Sei interessanti saggi ci raccontano le vicende, ma anche l’anima ispiratrice, di altrettante biblioteche triestine, istriane, dalmate, di personaggi rilevanti per la storia culturale e sociale dell’area.
Sono biblioteche in parte non più esistenti, smembrate dal succedersi degli eredi o dalle vicende di guerra. Nel caso della biblioteca di Gianrinaldo Carli, ad esempio, il professor Trampus la ricostruisce virtualmente sulla scorta di un elenco compilato a suo tempo, alla morte del Carli. Parimenti ricostruita sulla base di un antico inventario è la consistenza della biblioteca de Vergottini, dispersa con le vicende della Seconda guerra Mondiale.
Tralascerò le vicende delle biblioteche Stancovich, Fonda Savio e Malabotta per soffermarmi sul saggio che descrive la raccolta Cippico Bacotich, scritto dalla professoressa Federica Formiga, di interesse dalmato. Normalmente chiamata “raccolta”, è l’insieme delle pubblicazioni avute dai due studiosi, che dal 1926 al 1940 avevano editato in Roma l’Archivio Storico per la Dalmazia, fu acquistata dalla Biblioteca del Senato nel 1951. La raccolta, da pochi definita “biblioteca”, consiste di una parte bibliografica e di una parte documentaria: carte di notevole interesse per gli studi sulla Dalmazia, in particolare per i secoli XIX e XX. Il fondo bibliografico è ora di 1.556 monografie e 1.700 opuscoli, oltre a raccolte di giornali, fogli volanti, manifesti, tutti relativi alla Dalmazia.

Cronologicamente la raccolta si ferma al 1940, alla morte di Bacotich, ma con aggiunte di omaggi pervenuti successivamente alla famiglia prima della cessione o aggiunti dal Senato. L’autrice fa risalire la raccolta più all’opera del Cippico (che morì nel 1935) che a quella del Bacotich, i quali erano legati da relazione di parentela. I volumi più antichi sono del XVI secolo, di cui alcuni rilevanti, così come alcuni dei volumi dei secoli successivi; essi sono riferiti ovviamente per lo più alla Dalmazia o ad autori dalmati, editi in tutta Europa, in particolare in Venezia, e nelle varie lingue. Giova rammentare che la prima tipografia in Dalmazia fu aperta solo a fine Settecento in Ragusa. Il nucleo più cospicuo di pubblicazioni risale al XIX e XX secolo, fra cui emerge la quantità di opere di Tommaseo, o a lui riferite. Non ci si può esimere dal rilevare due gravi inesattezze contenute nel testo. La prima nella frase «I titoli nella lingua natale di Cippico e stampati… Zivot Juria Lovia slikara, ecc…» farebbe pensare che Cippico fosse di madrelingua slava, cosa che non è registrata in alcun documento. La seconda dove si dice «della costa slava (Zara, Spalato, Zagabria)».
A parte il fatto che Zagabria non è sulla costa, ma la costa Dalmata non è slava, o almeno non lo era nel passato, e solo il forte sciovinismo di taluni, e la persecuzione, ne han fatto scomparire la presenza (ma taluno vorrebbe cancellare anche la memoria) della componente dalmata italiana. A chi scrive pare grave che in un volume del genere ci siano due “errori” così marchiani, cui s’aggiunge, minore, l’aver chiamato il Marulo “Mark” che non è né in lingua italiana né in lingua slava.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.


