Benvenuti in Paradiso: l'ultimo gong di Nino

di Roberto Amorosino

“Chi vuoi rivedere poi lo rivedrai”. Belle parole di una bella canzone che torna oggi pensando alla fine del viaggio terreno per uno di noi, Giovanni “Nino” Benvenuti, italiano di Isola d’Istria, leggenda della nobile arte. Campione olimpico dell’indimenticabile Roma 1960, campione del mondo dal 1965 al 1970, prima peso welter e poi medio, due titoli europei tra i dilettanti dove chiude con 109 incontri, tutti vinti tranne uno. Record straordinario, nessun fuoriclasse può vantare numeri analoghi (tanto per intenderci, Muhammad Alì 99/8, George Foreman 22/4, Carlos Monzon 73/6, Sugar Ray Leonard 165/5). Da professionista, 90 incontri con 82 vittorie di cui 35 per KO, un pari e sette sconfitte.

La vita vissuta: ottantasette anni con la guardia alta dentro e fuori le corde del ring, perché combattere è un destino e più ancora per chi ha conosciuto sulla propria pelle lo strazio dell’esodo.

Papà Fernando e mamma Dora vedono sbriciolare il mondo attorno come migliaia di altri italiani costretti a rinunciare a casa e futuro dall’odio e dalla prevaricazione altrui, il fratello maggiore Eliano paga il prezzo più alto, sette mesi di torture e carcere duro senza accusa alcuna, se non quella che trascina giù nelle voragini più buie tanti altri, ancora meno fortunati: essere italiani. 

Nino a Trieste diventa presto uomo, i racconti dei suoi originari di Caorle, la pescheria dei nonni, uno scantinato per palestra e poi decine di chilometri per arrivare all’Accademia pugilistica e cominciare a sognare il futuro con colori diversi dal grigio degli aguzzini. 

Il cuore di mamma non tiene botta, troppo dolore. Sarà Nino a portarla con sé ovunque, in ogni pugno.

Il 5 settembre 1960 nel meraviglioso Palazzo dello Sport, progettato da Marcello Piacentini con la consulenza di Pier Luigi Nervi, Benvenuti sale sul gradino più alto del podio olimpico, orgoglioso del tricolore che sventola alto e della fede nuziale di mamma ben allacciata alle stringhe delle sue scarpette. Il sovietico di Cecenia, Jurij Radonjak, ha ben altro a cui pensare nei tre round della finale per l’Oro - il gancio sinistro di Nino è un incubo -, ma per Nino quel leggero rimbalzare della fede su e giù è la scossa in più, raddoppia concentrazione e determinazione, assicura l’esito. 

Nino è così, si porta tutto dietro, non porta rancore ma non dimentica.

La guardia alta lo descrive bene, anche fuori dalla palestra: blocca i pugni diretti che possono arrivare da chiunque e in qualsiasi momento della vita, le mani all’altezza del viso e i gomiti vicini al corpo, situazione di difesa necessaria per preparare un’azione offensiva. 

Nino sa difendere la storia della sua terra, la sua gente, il suo viso d’angelo. Difende anche gli italiani d’America che lo abbracciano nella leggendaria trilogia con Emile Griffith tra aprile ’67 e marzo ’68.

La popolarità di Nino è all'apice, sono quasi 18 milioni gli italiani incollati alla radio per seguirlo con i più privilegiati a stipare sei voli speciali che raggiungono la Grande Mela. Solo per i 24 idrovolanti di Italo Balbo anni prima il cuore degli italiani lontani dalla patria ha battuto così forte. 

Nino vince il primo e il terzo confronto del Madison Square Garden, sono le battaglie più iconiche della nostra boxe. Solo Marcel Cerdan era riuscito a tornare in Europa con la corona mondiale dei medi, e per noi il mitico Primo Carnera trentaquattro anni prima nei massimi. 

Nino non dimenticherà mai Emile. «Non puoi non essere amico di un avversario con cui hai diviso quarantacinque round». Nino il combattente, è attratto dallo sconfitto che non perde mai, da chi senza saperlo ha l’Istria dentro, l’Istria che si può chiamare in un altro modo: emarginazione, esilio, repressione.

Un giorno (apro e chiudo una parentesi personale) incontro Emile con il figlio Luis davanti al Madison nel pre-match di Calzaghe, altro figlio d’Italia, e Roy Jones Jr. Emile è già parecchio acciaccato dalla malattia, mi abbraccia solo perché italiano «come Nino». Luis mi racconta di quanto «Nino c’è sempre, non solo materialmente». Lo so e il triestino me ne aveva parlato meno di tre anni prima, passandomi la fiaccola olimpica di Torino 2006 per le strade di Roma, ricordo che tengo stretto come la benda che avvolge la mano del boxeur. Dettagli personali, e mi scuso, ma solo per esaltare la bellezza dell’amicizia, più travolgente dei fiumi di parole. 

Nino non dimenticherà mai Sandro. E già perché prima di Griffith, ci sono le due sfide e l’accesa rivalità con Mazzinghi, il toscano burbero così diverso, altrettanto forte, altrettanto bersagliato da tragedie familiari.

Oramai ottantaduenne, Nino raggiunge Pontedera per partecipare all’ultimo saluto al campione avversario. Abbraccia i figli, bacia il feretro mentre vede il film del secondo match - ancora nel catino del Palasport - ripassare davanti agli occhi stanchi: il volto tumefatto di Sandro, lui costretto a ricorrere all’ossigeno dopo quindici riprese di fuoco e un verdetto contestato. E quel pensiero onesto che torna: «Senza le battaglie con Mazzinghi, non avrei mai saputo affrontare Griffith».  

Nino non dimenticherà mai Carlos. Il pugile argentino, di quattro anni più giovane, è un ostacolo troppo alto per una carriera ai titoli di coda.

L’Italia non ci vuole credere, ma la superiorità di “Escopeta” è tanto evidente quanto indigesta.

Nel primo incontro, al momento del KOT Nino ha ancora un lieve margine di vantaggio sul tabellino dei giudici, ma le gambe non rispondono più. Nel secondo incontro di Montecarlo, l’asciugamano di Bruno Amaduzzi, manager storico, vola a centro ring per evitare una punizione più severa, ma spezza il cuore di noi tutti, increduli davanti alla tv in un’altra sera di maggio (1971) che non doveva arrivare. 

Nessuno più di Monzon conosce le discese ardite e le risalite che la vita può presentare, davvero oltre ogni dire. Nino finché può resta in contatto, lo incontra in carcere, si inginocchia nel cimitero di Santa Fe, anche qui con tante immagini dietro gli occhiali da sole.

Nino ha detto basta lo scorso 20 maggio. È affollatissimo il ring quando suona l’ultimo gong. Il tappeto lo immaginiamo di terra rossa, all’angolo mamma e papà, a bordo ring Stefano e tutti suoi cari e lui ad alzare il braccio di Sandro, Emile e Carlos. E dalle tribune, gremite all’inverosimile, l’Istria tutta. Nello splendido scenario dei Campi Elisi. Benvenuti in Paradiso.  

Francesco Rismondo, l’Assunto di Dalmazia

Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.

Il vescovo Polesini torna a Parenzo

Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.

A Norma Cossetto

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