L'Argonauta

l'argonauta

Le parole nascondono un potere straordinario

di Marco Cimmino

Le parole nascondono un potere straordinario: possono evocare, magicamente, interi mondi e suggerire alle nostre menti distratte panorami meravigliosi e formidabili avventure. Perciò, la scelta del titolo di una rubrica non è semplicemente un’operazione di marketing editoriale o un marchio di fabbrica: è un preciso atto creativo. “L’Argonauta” vuole evocare l’idea della navigazione avventurosa, senza fari né portolani: un viaggio verso una meta di cui, a malapena, si conoscono le coordinate, ma che è sempre avvolta dalle nebbie e protetta da maligni faraglioni. 

Ecco, questo noi volevamo intendere, scegliendo di chiamare così questo breve appuntamento periodico. E, al contempo, abbiamo pensato che ogni viaggio di scoperta è un avvicinarsi, sia pure impercettibile, alla verità: come Giasone, come Odisseo di fronte alle sirene, depositarie di misteri negati agli uomini. La nostra ricerca della verità non può che essere un itinerario nella storia, dal passato alla cronaca spicciola dell’oggi: una storia talvolta negata, talaltra ritinteggiata all’uso di qualcuno o di qualcosa. Insomma, parleremo, poiché è inevitabile, delle tragedie che hanno colpito le genti adriatiche e che sono state prima negate, poi minimizzate e infine giustificate, ma non vogliamo fossilizzarci in questa materia dolorosa: non è soltanto la revisione di quella storia, fino a rendere giustizia alle vittime di quegli abusi, il nostro primo obbiettivo. Noi vorremmo, con le nostre misere risorse, affrontare il tema più grande dell’umanità di fronte alla storia e della storia senza umanità. 

Il celebre aforisma di Goya sul sonno della ragione, per la contemporaneità, si è rivelato del tutto sbagliato: le peggiori crudeltà, le più mostruose nefandezze del mondo moderno sono nate da una cieca fede della ragione e non dal suo letargo. Perché la ragione, senza carità, non vale nulla. E, paradossalmente, entra in clamorosi cortocircuiti, fino a divenire irragionevolezza allo stato brado: fino a sacrificare il pensiero al culto del razionale. E ne nascono i lager, i gulag, le foibe: tutti figli del pensiero scientista, dell’idea di Stato-organismo. 

Noi respingiamo questa aberrante Weltanschauung: il nostro Argonauta è un navigante libero e libertario, che cerca nell’uomo l’essenza dell’umanità. Perciò, se vorrete seguirci nella nostra navigazione vagabonda, sappiate che nient’altro ci muove che non sia curiosità e amore. Curiosità per cercare di comprendere la ragione delle cose: l’origine degli eventi, lo spirito dei tempi, la meccanica dei fenomeni. E amore, perché senza amore il nostro mondo sarebbe davvero soltanto un atomo opaco nell’universo: e ogni scienza, ogni ricerca, senza amore è soltanto il vano circuito di una falena intorno alla lampada. Dunque, partiamo, sperando di esserci spiegati a sufficienza. Avremo momenti di leggerezza e altri momenti in cui affronteremo temi drammatici e, forse, scabrosi. Ma una cosa almeno vi possiamo garantire: che non abbiamo padroni e che tutto ciò che qui verrà scritto, di buono come di cattivo, sarà sempre e solo farina del nostro sacco. Perché un Argonauta è sempre solitario, contro il mare e contro il destino.

Francesco Rismondo, l’Assunto di Dalmazia

Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.

Il vescovo Polesini torna a Parenzo

Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.

A Norma Cossetto

Era il 4 di ottobre, forse il 5 di ottantatré anni fa. Di sicuro c’è che la ragazza aveva i polsi legati dal filo di ferro e fu costretta a forza, dopo giorni e notti di violenze subita dai partigiani titini, a raggiungere Villa Surani, il luogo del suo ultimo martirio.