Albania, 1943: il massacro dei Carabinieri Reali

Albania, 1943: il massacro dei Carabinieri Reali

Nella sua opera La foiba di Kremenar e l’eccidio della Colonna Gamucci, Antonio Magagnino ricostruisce vicende, complicità e insabbiamenti su entrambe le sponde dell’Adriatico per salvaguardare il “buon nome” dei partigiani comunisti saliti al potere nel dopoguerra

di Roberto Amorosino

Siamo in Albania nei caldi mesi del 1943 che precedono e seguono l’otto di settembre. Le azioni dei partigiani comunisti - guerriglia, sabotaggi, rastrellamenti - hanno costantemente nel mirino i militari italiani.

Il lavoro di Antonio Magagnino, tra ricerca sul campo e documenti originali, riporta alla luce pagine di storia strappate dai libri e dalla memoria.

 

Due episodi cardine

Aprile 1943. Decine e decine di Carabinieri Reali, catturati prima e torturati poi, vengono infine assassinati dalle formazioni irregolari albanesi. I loro corpi gettati nelle voragini del terreno di una grotta. È la foiba di Kremenar.
Novembre 1943. I Carabinieri Reali della Legione Tirana cadono in un’imboscata tesa dai partigiani nei pressi delle miniere di Selenizza. La colonna italiana è guidata dal tenente colonnello Guido Gamucci, il reparto partigiano dal caporione locale Staravecka che riceve ed esegue l’ordine di sterminio dal colonnello Hoxha, materialmente coinvolto nell’eccidio e nell’occultamento delle vittime. Sono più di cento tra ufficiali, sottufficiali e soldati semplici.

Delle vicende, delle complicità e degli insabbiamenti su entrambe le sponde dell’Adriatico, dall’otto settembre e negli anni a venire, Antonio Magagnino racconta magistralmente nella sua opera La foiba di Kremenar e l’eccidio della Colonna Gamucci (disponibile su Amazon). Ne abbiamo parlato con l’Autore.

 

Lei ha servito l’Arma dei Carabinieri per una vita, tra Roma, Brindisi e Viterbo. E vent’anni nei Servizi Operativi. Il suo lavoro ha permesso di restituire voce e giustizia a pagine di storia strappate dai libri e dalla memoria, ma soprattutto ai Caduti. Da dove nasce questa ricerca?

«L’origine è la ricerca della verità, che ho sempre messo davanti a tutto. Prima o poi, ritengo, la verità salta fuori: basta saperla attendere. La storia insegnata fino a qualche decennio fa è una versione travisata, falsata e tagliata, con importanti pagine mancanti e volontà taciute per ordine dei vincitori del Secondo conflitto mondiale».

Anni di lavoro in archivio per ricostruire la Foiba di Kremenar e l’eccidio della Colonna Gamucci, due fatti del 1943 in Albania di cui quasi nessuno ha parlato.

«Possiamo dire che la durata di queste minuziose e capillari ricerche, molte volte condotte in forma investigativa, è stata di venti lunghi anni: per ricostruire dinamica, cause ed effetti, e per identificare sia gli autori sia le vittime (quasi trecento Carabinieri Reali), tanto della Foiba di Kremenar quanto dell’Eccidio della Colonna Gamucci, con le rispettive date dei fatti. La Foiba: 1° aprile 1943. L’Eccidio: il pomeriggio del 4 novembre 1943, data confermata personalmente dal sottotenente dell’Aeronautica Militare Galiardi, ufficiale al seguito di Gamucci».

Chi erano gli autori e chi erano le vittime?

«Gli autori erano i componenti della 1a Brigata d’assalto partigiana, definita “l’élite del Paese”. I Carabinieri Reali infoibati erano l’intera 17a Compagnia. I componenti della colonna Gamucci erano invece reparti di stanza nel centro-nord dell’Albania che, raggruppati a Tirana, partirono con destinazione lo snodo di Bitolj».

Per chi non conosce la vicenda: chi era il colonnello Giulio Gamucci e che ruolo svolgeva la sua colonna di Carabinieri dopo l’8 settembre?

«Gamucci era definito dai notabili di Tirana un vero ufficiale gentiluomo, tanto che si sacrificò per i suoi carabinieri rifiutando l’offerta di mettersi in salvo. Gli ufficiali superiori incaricati del comando della colonna si diedero chi ammalato, chi alla fuga. Pochi mesi prima, il colonnello Giuseppino Ricci, già colpito da arma da fuoco, era stato fatto a pezzi perché non moriva abbastanza in fretta (testimonianza processuale di Xhelal Staravecka) e poi gettato in un dirupo adiacente all’abitazione del padre di Mehmet Shehu, dove ancora oggi riposa. La sua Compagnia era stata invece invece gettata, per la maggior parte viva, nella Foiba di Kremenar, o Grotta dei Pipistrelli. Nei primi anni '90, a seguito di una confidenza a un giornalista italiano da parte del capo-villaggio di Kremenar - all’epoca dei fatti giovane partigiano presente sul luogo - fu dichiarata la presenza della Foiba fuori dal paese, con all’interno i carabinieri. Onorcaduti, interessato del caso, organizzò con dei militari Alpini la discesa: furono recuperati solo ventuno corpi, poi, improvvisamente, per ordine da Roma, i restanti furono lasciati all’interno».

E come mai?

«La motivazione ufficiale, cui nessuno crede, fu che le pareti davano segni di cedimento per l’uso del martello pneumatico necessario al distacco dei corpi. Fu aperto, e immediatamente archiviato, un fascicolo processuale a Bari».

I fatti: cosa emerge dalla ricostruzione?

«Descrivere i due eventi in poche righe non è facile. Troppo c’è da scrivere, troppo c’è da far vedere: come il rintraccio casuale a Tirana, nel giugno del 1993, del colonnello Kadri Aziz Hoxha, condannato in contumacia in Italia ma che mai si volle arrestare. Video-intervistato all’età di novantatré anni, mostra solo paura, senza dire nulla. L’intervista è riportata testualmente al termine del volume. Hoxha, per onore della verità, era uscito dal carcere della sua città nel gennaio di quell’anno, dopo aver scontato quarantotto lunghi anni per problemi con il regime. Morirà tre anni dopo».

Pomeriggio del 4 novembre 1943, boschi del Monte Panit: cosa succede quel giorno per mano dei partigiani di Xhelal Staravecka? E il 1° aprile 1943 a Kremenar?

«A Kremenar, il 1° aprile 1943, l’intera 17a Compagnia fu gettata nella Foiba, per la maggior parte ancora viva. Il pomeriggio del 4 novembre 1943, a seguito di raggiri, promesse non mantenute e disarmo con l’inganno dei Carabinieri Reali da parte dell’autoproclamatosi colonnello partigiano - amico di vecchia data di Gamucci fin dalla Scuola Nunziatella - una volta separati carabinieri e sottufficiali dagli ufficiali, i militari furono spogliati, derubati anche dei denti d’oro, mitragliati e lasciati nella neve alla mercé dei lupi».

Perché la versione ufficiale non convince?

«La versione ufficiale, sancita dalla sentenza della Corte d'’Assise di Roma con la sola condanna di Staravecka e di Hoxha in contumacia, è una falsità voluta. L’autorità giudiziaria aveva tutti gli elementi per identificare ulteriori partigiani, ma non lo fece. Cosa che invece, a distanza di ottant’anni, io sono riuscito a fare».

«Per decenni si è parlato di vendetta anti-italiana e di rapina. Perché ritiene che siano solo concause e non la vera ragione dell’eccidio?

«Oltre alla vendetta, che è stata alla base di entrambi i fatti, l’ulteriore motivazione furono armi, vestiti e denaro. Gamucci aveva con sé un milione di Lek in contanti e un assegno della Banca d’talia da 500. Inoltre, solo i carabinieri erano ben vestiti e ben armati».

Scrive, se non sbaglio, che Staravecka non avrebbe potuto agire senza l’avallo del comando locale, di inglesi e italiani. Quali elementi la portano a sostenerlo?

«Staravecka, definito dai suoi stessi compagni (Archivio di Tirana) “uno psicopatico e un voltafaccia”, ancora oggi ricordato come il “Leone di Tirana”, nutriva un forte astio solo verso i Carabinieri Reali, che - secondo documenti processuali e auto-accuse di alcuni di loro - si erano macchiati di uccisioni, processi sommari, incendi e violenze. Proprio grazie a questi suoi comportamenti Staravecka fu scelto per ricevere l’ordine gerarchico di ricercare e trucidare tutti i carabinieri possibili».

Un’alleanza tradita…

«Certamente sì: ci fu inizialmente un’alleanza, che in seguito, per varie ragioni, fu tradita e usata come sfogo per crimini. Basti pensare che fu indetta una riunione tra inglesi dell’MI6, uomini di fiducia di Enver Hoxha e di Tito e il comandante delle Truppe di Montagna dell’Est, il generale del nostro Esercito Armando Azzi, in cui si doveva decidere se trucidare o meno i soli carabinieri. Subito dopo Azzi fuggì a bordo di un sommergibile inglese con il suo stato maggiore. Diventerà un parlamentare del Partito comunista italiano…».

Dopo l’8 settembre gli italiani che non collaboravano con i tedeschi dovevano essere considerati alleati dei partigiani. Perché allora questa colonna viene sterminata? C'entrano le lotte interne alla resistenza albanese?

«Oltre alle guerriglie interne e ai disaccordi tra i vari gruppi di partigiani presenti sul territorio, a pagarne le spese furono solo i carabinieri, mentre i militari venivano lasciati liberi. Molti carabinieri e soldati - mi auguro solo per rimanere in vita - si aggregarono a gruppi di partigiani, e molti di loro (alcuni identificati) si macchiarono dell’uccisione dei compagni del giorno prima».

Gli archivi chiusi: qual è la situazione oggi?

«Nei due Paesi esistono ancora archivi chiusi: in Italia per la legge dei 70/100 anni; in Albania perché ancora si sente e si vive, in buona parte, il vecchio regime di Enver Hoxha, che tenne chiuso al mondo un intero Paese per quarantotto anni».

Il libro ha un apparato di documenti enorme, ma lei denuncia ostacoli sia a Tirana che a Roma. Pensa ci sia ancora la volontà di coprire le responsabilità dei comandi italiani che abbandonarono le truppe in Albania?

«Ho avuto più ostacoli nel mio Paese - soprattutto da parte di personaggi dell'ANPI - che in terra d’Albania, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di porsi davanti a me. A onor del vero, pochi onesti appartenenti all’ANPI mi hanno elogiato e ringraziato per questo lavoro. Andrò sempre ovunque e davanti a chiunque».

Giustizia a metà?

«Sì, giustizia a metà. Senza dimenticare quella divina, a cui nessuno potrà mai sfuggire».

La magistratura italiana ha condannato il solo Staravecka nel '51. Perché non si è mai cercato di arrivare ai mandanti e alle responsabilità indirette?

«Ho sempre posto un punto fermo a sfavore dell’Autorità Giudiziaria che indagò e processò Staravecka e Hoxha, mentre un terzo, tale Mark Berisha, non fu mai identificato. Sottolineo: non si volle proseguire semplicemente perché molti partigiani occupavano ruoli di alto livello in Albania, dal primo ministro e comandante della famigerata Sigurimi, Mehmet Shehu, al ministro della Guerra Peçi, fino a tanti altri importanti ruoli governativi. Io, a distanza di ottant’anni, ho cercato, trovato e identificato alcuni appartenenti alla 1a Brigata d’assalto partigiana. Ricordo che Staravecka fu consegnato ai carabinieri grazie a quello che oggi chiameremmo “un collaboratore di giustizia”, in cambio della protezione della propria famiglia, che oggi vive in America».

Una memoria negata?

«La memoria è stata negata fino a due decenni fa; oggi non più. Porterò sempre la verità a disposizione di chi crede che la storia non vada taciuta e nascosta, ma fatta conoscere, in particolare ai giovani nelle scuole, cosa che continuo a fare».

Oggi per i nostri carabinieri caduti non esiste nemmeno una lapide. Quale dovrebbe essere, secondo lei, il primo atto concreto di giustizia e di memoria da compiere?

«Sia alla Foiba di Kremenar, ancora oggi aperta, sia sul luogo dell’eccidio della colonna Gamucci non vi è nulla a ricordo di quanto tragicamente commesso dai partigiani di Tito, albanesi e italiani».

Se domani le aprissero un solo archivio ancora chiuso, quale sceglierebbe e cosa conterebbe di trovarci per chiudere definitivamente il cerchio?

«Al momento l’unico archivio davvero importante e completo ritengo sia l’Archivio Centrale di Tirana, in fase di riordino e messo a disposizione di chi vuole conoscere pagine di storia volutamente taciute».

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