“1954”: il ritorno di Trieste all’Italia tra parole e immagini

trieste italia

di Cristina Di Giorgi

«Il 26 ottobre 1954 il tricolore torna a sventolare sulla piazza Unità d’Italia. La folla straripante, vera protagonista di quei giorni di festa, non sente il freddo, la pioggia e la bora. Trieste è di nuovo italiana».

Questa la frase che, in quarta di copertina, traccia con poche parole il senso del volume scritto a quattro mani da Umberto Maiorca ed Emanuele Mastrangelo e recentemente pubblicato da Ferrogallico in occasione del settantesimo anniversario del ritorno di Trieste all’Italia. Il titolo è 1954. Trieste, Italia ed è un racconto storico e documentato, ma anche popolare e commovente. Un racconto che coinvolge profondamente chi conosce quelle pagine di storia patria e che sicuramente può avvicinare, data la scorrevolezza del linguaggio e la presenza, tra le pagine, di tavole illustrative disegnate dal fumettista Francesco Bisaro, anche quanti ancora non sanno cosa accadde al capoluogo giuliano e alla sua gente negli anni difficili dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

Nella prima parte del volume Emanuele Mastrangelo ripercorre le vicende di Trieste, città contesa e di confine, nel corso dei secoli, con particolare riferimento al suo ruolo anche economico e commerciale nella regione circostante, alle guerre, alle contese diplomatiche di cui si è trovata al centro e ai personaggi storici che furono coinvolti nella sua storia fino alla Seconda guerra mondiale.

Umberto Maiorca prosegue il racconto con i drammi vissuti dalla città durante l’occupazione slava, le vittime italiane delle persecuzioni titine, le foibe, l’esodo e il dolore di chi si sentiva e voleva essere fieramente italiano ma rischiava di non poterlo più essere.

Il ritorno di Trieste all’Italia, infatti, è stato a lungo sofferto e sognato, come nei versi di Vola colomba, la canzone vincitrice del Festival di Sanremo nel 1952: «Fummo felici, uniti, e ci han divisi». Versi che parlano della «storia d’amore tra due giovani separati» si legge nel volume, «che è la metafora di tutta la sofferenza causata dalla drastica separazione» di una città «che, storicamente e culturalmente, è Italia». Il brano portato al successo da Nilla Pizzi, insomma, è «una canzone che, dietro la storia di un amore sofferente, racconta la disperazione di un popolo contro il quale si è accanita la volontà politica di sopraffazione e cancellazione», ben spiegata storicamente dalle pagine di Mastrangelo e Maiorca. Di fronte alla sofferenza, però, resta, nel brano, «la speranza di un incontro (che vuol dire anche ritorno) con quella colomba che vola sulla cattedrale di San Giusto, verso quello stesso campanile dove il 3 novembre del 1918, sbarcato dal cacciatorpediniere italiano Audace sull’allora molo San Carlo, il ventenne bersagliere Lorenzo Putzu innalzava il tricolore, portando a compimento la prima redenzione della città», la cui storia di passione, amore, lotta, dolore e rivendicazioni di appartenenza all’identità italiana, arriverà a compimento con la sua seconda redenzione. Quella del 26 ottobre 1954. Quella, finalmente e giustamente, definitiva.

Francesco Rismondo, l’Assunto di Dalmazia

Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.

Il vescovo Polesini torna a Parenzo

Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.

A Norma Cossetto

Era il 4 di ottobre, forse il 5 di ottantatré anni fa. Di sicuro c’è che la ragazza aveva i polsi legati dal filo di ferro e fu costretta a forza, dopo giorni e notti di violenze subita dai partigiani titini, a raggiungere Villa Surani, il luogo del suo ultimo martirio.