10 febbraio vent’anni dopo: a che punto siamo? Al convegno dell’AND presentato il sondaggio esclusivo Tecnè

Il 10 febbraio 2025 è stato il Giorno del Ricordo che ha confermato il buon lavoro fatto da quando venne istituito, nel 2004. Allo scadere di questi primi vent’anni, come ha rivelato il sondaggio esclusivo realizzato da Tecnè per l’Associazione Nazionale Dalmata, l’85% degli italiani sa più o meno bene cosa siano stati la tragedia delle foibe e il dramma dell’esodo. I negazionisti sono ormai relegati a un misero 4%, ed è probabilmente questa situazione di isolamento che li porta a gesti sempre più miserabili come imbrattare di scritte la foiba di Basovizza o rompere le targhe in ricordo dei martiri e degli esuli che ormai campeggiano da un capo all’altro della Penisola.
Tuttavia, come ha ricordato il presidente dell’Associazione Nazionale Dalmata Carla Cace, durante il convegno “Com’è cambiata la percezione degli italiani sul tema delle foibe e dell’esodo” organizzato dall’Associazione Nazionale Dalmata il 7 febbraio in Sala Spadolini, al ministero della Cultura, nell’ambito delle celebrazioni ufficiali del Giorno del Ricordo 2025, «ci sono lacune storiche importanti e per molti questo è un argomento ancora troppo sommariamente conosciuto. Siamo soddisfatti del lavoro fatto fino ad oggi, ma c’è ancora tanto da fare».
Un punto di partenza per quel “tanto da fare” è stato appunto l’incontro del 7 febbraio, che ha visto studiosi e professionisti confrontarsi sulla “comunicazione” relativamente alle vicende del Confine Orientale, partendo dai risultati del sondaggio esclusivo elaborato da Tecnè per l’occasione. Ne hanno parlato Roberto Menia, senatore, primo firmatario Legge del Ricordo; Luigi Di Gregorio, docente di Comunicazione politica Unitus; Fausto Biloslavo, giornalista di guerra; Emanuele Merlino, capo seg. tecnica Ministro della Cultura e autore; Andrea Romoli, inviato Tg2 Rai; Maria Ballarin, storica e figlia di esuli; Gabriele Marconi, direttore de larivistadalmatica.it; Alessio Di Mauro, vignettista e autore tv; Michelangelo Gratton, regista e documentarista, insieme a Carla Cace.
Ma cosa ha rivelato il sondaggio?
La fotografia che si ottiene dalle risposte ai quesiti, dopo i primi vent’anni dall’istituzione della Legge sul Ricordo, è quella di un’Italia sicuramente più consapevole: l’85% ha infatti risposto che conosce il dramma dell’esodo e la tragedia delle foibe. Un risultato straordinario, se si pensa che nel 1996, quando venne realizzato il primo sondaggio sulle foibe, meno di un italiano su sei conosceva l’argomento.
Scendendo nel dettaglio, però, alla domanda «Quanto si ritiene informato sulla storia del confine orientale» la maggioranza ha risposto che ne sa «poco o nulla» (51%). Tanto che, affrontando il tema di cosa sia stato il dramma delle foibe, il 45% ha messo la crocetta su «una pura vendetta per i crimini perpetrati da fascisti e nazisti» e il 44% su «un regolamento di conti come avviene spesso alla fine delle guerre».Nessun riposo sugli allori, quindi, anzi un rafforzamento dell’impegno per colmare le lacune di cui si diceva, per far sì che «tutto questo non sia solo un esercizio di memoria, di recriminazione… di lacrime, per noi che veniamo da queste vicende» come ha detto il senatore Menia, «ma sia una “prospettiva”, che si fa sulla riaffermazione della cultura italiana, sul recupero della lingua italiana e dell’identità italiana oltre i confini. E sulla giustizia». Perché è vero che, dopo mezzo secolo di silenzio colpevole, da vent’anni gli esuli hanno finalmente una voce; ed è vero che siamo in Europa, come i nostri vicini, ma ancora nessun esule ha mai avuto indietro un solo mattone di quello che gli è stato tolto.
Nato a Spalato nel 1885, Francesco Rismondo attraversa il confine per arruolarsi volontario nell’esercito italiano. Bersagliere ciclista sul fronte dell’Isonzo, scompare nel 1915, tra le incertezze della prigionia e il mistero della sua morte. Per Gabriele d’Annunzio sarà per sempre «l’Assunto di Dalmazia». Al Pincio, il suo busto custodisce la memoria di un patriota dimenticato.
Dopo ottantadue anni, il ritratto di Francesco de Polesini, vescovo di Parenzo tra il Settecento e l’Ottocento, torna nella città istriana. Il dipinto, salvato dalla famiglia durante l’esodo e custodito lontano dalla terra d’origine, è stato acquistato dal museo del territorio parentino grazie anche al contributo dell’ultimo discendente, Gian Paolo Polesini. Una storia di memoria, esilio e radici ritrovate.


